Il Gatto tra Magia e Folklore (Parte 3: Dall’Oriente alle religioni Monoteiste)

di Andrea Romanazzi

Il Gatto nella tradizione orientale

Il gatto è un animale sacro anche nell’area orientale.

Presso la religione induista, la dea Durga è raffigurata come una donna che cavalca un felino. In Thailandia, i gatti del “Siam”, erano accuditi nel tempio delle divinità ed utilizzati come animali da guardia. I “Siamesi”, inoltre, erano gli unici a godere del privilegio di arrampicarsi sul trono del re. Una delle leggende più famose, trascritta su vari libri, narra di una coppia di gatti, Cula e Tien, che rimasero alla guardia del loro tempio Buddista mentre il vecchio monaco partiva alla ricerca di un nuovo prete che prendesse il suo posto. Simile di aspetto, ma profondamente differente è il gatto Burmese, incarnazione degli dei dell’antico popolo Khmer. A loro erano consacrati dei monaci, conosciuti come kittah, che dimoravano nel Lao-Tsun, o casa degli dei, un bellissimo tempio ricoperto di foglie d’oro. La leggenda narra che in origine, i guardiani del Tempio di Lao Tsun fossero gatti bianchi dagli occhi gialli.  Il gran sacerdote, Mun-Ha, dagli occhi azzurri, aveva in particolare come compagno un bellissimo gatto di nome Sinh. Un giorno il tempio fu attaccato e Mun-Ha ucciso. Al momento della sua morte, Sinh mise le zampine sul suo padrone, il pelo bianco del gatto assunse una sfumatura dorata e i suoi occhi diventarono blu. Tuttavia, le sue zampe, che avevano toccato il prete, rimasero bianche come simbolo di purezza.  Sempre originario della Tailandia è il Korat, allevato fin da tempi antichissimi come testimoniato dal famoso manoscritto lo Smud Khoi, ovvero Libro dei poemi dei gatti, nel quale questo gatto viene indicato, insieme ad altre sedici razze, come simbolo di buona fortuna e di prosperità. Nel suo paese natale il nome, “Si-Sawat”, pronunciato “see-sah-waht”, significa blu-grigiastro, ma la parola “sawat” da sola significa prosperità o buona fortuna. Ancora oggi la tradizione thai associa proprietà magiche a questo felino e così si crede che esso possa propiziare l’arrivo della pioggia, vitale al raccolto di riso. Il gatto viene così portato in giro per i villaggi nel nord-est del paese e cosparso d’acqua per garantire, appunto, che le risaie siano allagate d’acqua. E’ anche noto per essere il gatto della prosperità e per favorire una vita matrimoniale felice e agiata. Spesso così viene donato alle coppie che stanno per avere un figlio perché si crede che adagiandolo nella culla di un neonato lo protegga e gli assicuri un sonno tranquillo. In Thailandia i Korat vengono acquistati solo raramente e si preferisce invece regalarli, in quanto la loro capacità di portare fortuna non deve avere prezzo. E’ considerato un regalo molto prezioso, da riservarsi a persone importanti come nobili, diplomatici o addirittura re. In Cina, la dea Li Shou, era raffigurata in forma di gatto ed era venerata dai contadini per proteggere i loro raccolti dai topi e ratti. Un antico mito cinese racconta che, all’inizio del mondo, gli dei nominarono i gatti a sovrintendere la loro nuova creazione concedendo loro il ​​potere di parola. I felini, tuttavia, più interessati a dormire sotto i ciliegi e giocare con i fiori che cadevano a terra, non prestavano attenzione al funzionamento del mondo. Tre volte gli dei andarono a controllare quanto i gatti stessero facendo e tutte e tre le volte rimasero delusi nel vedere che i loro sorveglianti dormivano o giocavano. Fu così che il dono della parola fu loro tolto e dato agli umani ma, poiché gli quest’ultimi sembravano incapaci di comprendere le parole degli dei, ai gatti fu affidato l’importante compito di fare da interpreti e questa convinzione è ancora diffusa in Cina.  Da questa nazione sembra essere giunto il gatto, ovvero Neko, in Giappone, intorno all’anno 538 d.C., anche se la prima testimonianza ufficiale è riportata sul diario dell’imperatore Uda, tra il 887 ed il 897 d.C., dove si parla di un gatto nero.

In Giappone si sono tramandate molte leggende sui gatti. Un esempio è il Bakeneko, secondo la tradizione un gatto che, superata una certa età, tende a trasformarsi in una creatura soprannaturale delle dimensioni di un essere umano e capace di camminare stando sulle zampe posteriori. Secondo la credenza popolare sarebbero capaci di evocare sfere di fuoco e di appiccare incendi con la loro coda. Una classica raffigurazione lo vede mentre indossa un asciugamano bianco arrotolato sulla fronte mentre balla e danza. Molto probabilmente questo legame con il fuoco deriverebbe dall’abitudine dei gatti propensi a leccate l’olio delle lampade e quindi il viso illuminato e gli occhi scintillanti lo dovevano far apparire un essere sovrannaturale. In alcuni casi i bakeneko assumono le sembianze di cortigiana prendendo il nome di “nekomusume” ovvero “figlia gatto”, ancora oggi diffusa tra i cosplay. Forse, però, il gatto orientale più noto è il giapponese maneki neko, ovvero il “gatto con una zampa sollevata”, rappresentante la dea della misericordia. La leggenda narra che un gatto, seduto fuori dal tempio di Gotoku-ji, alzò la zampa in segno di riconoscimento dell’imperatore che stava passando

Attratto dal gesto, l’imperatore entrò nel tempio e, pochi istanti dopo, un fulmine colpì proprio il punto in cui si trovava. Il gatto, quindi, non aveva fatto altro che salvargli la vita e così ricevette grandi onori. In realtà le origini del maneki neko sono incerte. Si pensa sia apparso per la prima volta verso la fine del Periodo Edo, tra il 1603 e il 1867, ma probabilmente le sue origini sono da ricercare tra il culto dei Kami, divinità animiste shintoiste. Il documento più antico che li cita è però datato XIX secolo, dove il gatto della fortuna viene infatti menzionato per la sua distribuzione presso un tempio di Osaka. Oggi l’immagine del gatto che “fa cenno” è posta ovunque per portare fortuna e prosperità. Dal Giappone all’India, dove i gatti sono menzionati in due grandi poemi epici letterari, il Mahabharata e il Ramayana. In particolare, in quest’ultimo si narra di come il dio Indrasi si sarebbe travestito da gatto dopo aver sedotto la bella cameriera Ahalya per fuggire dal marito.  La famosa storia del “Gatto con gli stivali” di cui parleremo a breve, e che simboleggia la stima del popolo indiano verso tale animale, sarebbe tratta da un racconto popolare indiano del V secolo a.C..

Il Gatto e le religioni Monoteiste

Il gatto è protagonista anche nelle religioni monoteiste. Alcuni vangeli Apocrifi parlano in modo dettagliato dell’amore del Cristo verso tali animali. “Gesù giunse in un villaggio dove vide un gattino randagio che soffriva di fame e Lo implorava miagolando. Lo raccolse da terra, lo avvolse nel suo mantello e lo fece riposare sul Suo petto. E attraversando il villaggio, diede al gatto da mangiare e da bere. E questi mangiò e bevve e Gli dimostrò la sua gratitudine. Ed Egli lo diede ad una delle Sue discepole, una vedova di nome Lorenza che se ne prese cura. E alcuni del popolo dissero:” Quest’uomo si prende cura di tutti gli animali. Sono forse Suoi fratelli e sorelle da amarli così tanto?” E Egli disse loro:” In verità, questi sono i vostri fratelli e sorelle, che hanno lo stesso soffio di vita dell’Eterno. E chiunque si prende cura del più piccino di essi e gli dà da mangiare e bere nella sua pena, lo fa a Me; e chi permette intenzionalmente che uno di essi abbia a soffrire penuria e non lo protegge quando vien maltrattato, permettendo che avvenga questa malvagità, è come se l’avesse inflitta a Me. Infatti, ciò che avete fatto in questa vita, verrà fatto a voi nella prossima.” Un’altra leggenda popolare narra che quando Gesù si trovava nella mangiatoia la notte in cui nacque, aveva moltissimo freddo. Un gatto soriano saltò così nella culla posticcia per scaldarlo con la sua pelliccia. La Madonna, per ringraziarlo, lo accarezzò sulla fronte dove apparve così la famosa “M” che i gatti di tale razza sfoggiano sul viso. Anche il profeta Maometto amava molto i gatti. Secondo la leggenda, il disegno a “M” appena citato che caratterizza il soriano sarebbe stato generato dalla benedizione data all’animale dal Profeta. In un’altra famosa storia si narra di come Maometto, chiamato alla preghiera, trovò il suo gatto addormentato sul suo braccio. Piuttosto che disturbarlo, Muhammed si tagliò la manica della veste e lasciò il gattino a dormire. Al ritorno delle preghiera il gatto andò incontro al Profeta facendoli le fusa e così Maometto, commosso, gli riservò non solo un posto in paradiso ma, ponendo per tre volte alle mani sulla schiena dell’animale, gli dono la capacità di cadere sempre sulle zampe senza farsi male. 

L’affetto del Profeta per i gatti si riflette in molte credenze e tradizioni. Una di queste, ad esempio, vuole che se una donna avesse fatto morire di fame un gatto sarebbe stata punita con l’inferno. Secondo una tradizione fatta risalire a Āyeša, una delle mogli del Profeta, sarebbe lecito fare abluzioni con l’acqua in un recipiente di cui un gatto ha già bevuto. Nell’Islam, infatti, il gatto, a differenza del cane, non è quindi considerato “impuro”. Un’altra leggenda racconta che Allah, di passaggio al lago Van, vide un gatto tutto bianco dentro l’acqua. Credendo che il micio stesse affogando, Allah lo prese per la testa portandolo in salvo. Poco tempo dopo vide altri gatti bianchi tuffarsi nel lago ed iniziare a nuotare, e così capì che in realtà il gatto da lui salvato non era affatto in difficoltà ma, laddove il gatto fu toccato rimase una macchia rossa. Da lì in avanti il gatto Van fu detto anche “gatto di Allah”, oggi noto come “Turco Van”. Curiosità nella curiosità: Il governo turco, stimolato da una credenza popolare secondo cui il grande statista Ataturk si sarebbe reincarnato in un gatto a pelo semilungo bianco, dichiarò la varietà bianca tesoro nazionale promuovendo un rigoroso programma di protezione ed allevamento. Anche le origini del gatto, secondo le fedi monoteiste è sacra. Allarmato dal crescente numero di topi, Noè, infatti, chiese aiuto a Dio che gli ordinò di toccare la testa del leone o di strofinargli le narici. Il felino così starnutì fuori un paio di gatti.  In Persia, invece, i gatti “persiani” erano spesso compagni del monaci sufi. Si narra che uno degli più venerati shaikh sufi avesse un gatto domestico che indossava le scarpe per mantenere pulite le sue zampe, poiché era consentito sul tappeto da preghiera. Una volta, mentre stava passeggiando per casa, fu picchiato da uno dei servi dello shaikh che però, vista la scena, lo punì con una verga e facendolo scusare con l’animale.

Secondo l’Aṭṭār i gatti erano gli unici animali a cui era permesso salire sul tappeto da preghiera e si dice che il famoso giurista ʿEmād Faqīh Kermānī insegnasse ai ragazzi ad imitare il gatto durante le prostrazioni della preghiera.  Un mito persiano del XIV secolo canta le lodi di un re-gatto che guidò una grande battaglia contro i topi. I roditori, si racconta, avevano armi superiori, ma i felini persiani avevano dalla loro artigli, ingegno e zanne. Si narra che il gatto-eroe nonostante fosse stato catturato e legato ad un palo, spezzò i lacci con le unghie e da solo sbaragliò i roditori. La loro particolare bellezza, caratterizzata dal pelo lungo, fece sì che venissero rapidamente portati dai mercanti in Europa, dove divennero immancabili nelle case reali. In Italia i primi gatti persiani furono commerciati nel 1620 da Pietro della Valle. Il persiano guadagnò così rapidamente popolarità dopo essere stato importato in Inghilterra, dove le mostre di gatti entrarono in voga nel 19° secolo e da qui negli USA.

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