Le carte da gioco “Baresi” e la fabbrica Murari

di Andrea Romanazzi

L’Origine delle Carte da Gioco

Da sempre, sulle panchine o vicino ai forni dei nostri paesi,  in attesa che fosse sfornato il pane caldo, nonché al bar, davanti ad un calice di vino o una birra, si usava giocare a carte: scopa, briscola, scopone scientifico alcuni dei giochi più diffusi. Sebbene oggetti diffusissimi, le carte da gioco nascondono molteplici misteri e curiosità. 

Questo approfondimento vuole essere un viaggio in questo mondo. L’origine delle carte da gioco si perde nella notte dei tempi. Molti sostengono che siano nate in Cina in quanto su un dizionario cinese del 1678  vengono appunto citate le carte da giuoco dei “quattro guerrieri”. Se misteriose sono le loro origini, altrettanto è la loro apparizione in Europa. Il 38º canone del Concilio di Worcester del 1240 viene spesso citato come dimostrazione dell’esistenza delle carte in Inghilterra alla metà del XIII secolo, ma i giochi de rege et regina che vi vengono menzionati più probabilmente erano gli scacchi. Il fatto invece che Francesco Petrarca, nel De remediis ut riusque fortunae, opera scritta poco dopo il 1355, citi i giochi d’azzardo, probabile che a quell’epoca si fossero già diffuse in Europa. Una conferma viene dal cronachista Viterbese  Giovanni di Iuzzo scrive che “nell’Anno 1379 fu recato in Viterbo el gioco delle carte che venne de Serasinia e chiamasi tra loro Waib“.   Molto probabilmente furono gli arabi a introdurre in Spagna, attorno al 1300, le naipes, termine che potrebbe proprio provenire dall’arabo nā’ib, ovvero luogotenente. Un mazzo completo di carte da gioco mamelucche risalente al XV secolo fu scoperto da Leo Ary Mayer nel Topkapi Sarayi Museum di Istanbul nel 1939. Si doveva trattare di un mazzo di 52 carte a quattro semi: Jawkân, bastoni da polo, Darâhim, denari, Suyûf, spade e Tûmân, coppe. Ogni seme aveva dieci carte, numerate da 1 a 10, e tre figure, o carte di corte, chiamate malik , il re, nā’ibmalik, il viceré, e thānīnā’ib, il secondo viceré. Insomma, dovevano essere davvero molto simili alle carte che oggi definiamo “napoletane”. Ed ecco così una affascinante ipotesi in realtà più che altro una supposizione postuma.  Per alcuni, infatti, il termine arabo naipes  altro non sarebbe che una storpiatura del nome della città di Napoli dove sarebbe nato il gioco. Non solo l’origine ma anche i simboli sono un vero e proprio un mistero. Se infatti accettiamo le origini araba, dobbiamo considerare che l’Islam vieta la riproduzione di figure umane, pertanto sulle carte è  difficile la presenza di figure se non in forma totalmente astratte. Anche per quanto riguarda l’origine dei semi, ci sono moltissime  ipotesi. Per alcuni rappresenterebbero le classi sociali:  le Coppe sarebbero identificabili con il clero, le Spade con la nobiltà, i Denari con i mercanti e i Bastoni con i contadini. 

Le Carte Italiane

Le carte da gioco italiane si sono poi suddivise in molteplici tipologie regionali. Oggi si suddividono nei tipi piemontese, genovese, lombardo, piacentino, trevisano, padovano, romagnolo, fiorentino, viterbese, barese, siciliano. Il numero delle carte è il medesimo, ovvero 40. La Treccani riporta come la prima fabbrica italiana di carte da giuoco abbia avuto sede in Viterbo. Successivamente, col diffondersi delle carte regionali fabbriche furono costruite un po’ ovunque. Centri di diffusione sia del gioco che della produzione delle carte furono Napoli e Venezia.  Tra i calli e nelle corti della Serenissima, All’ombra del campanile di Piazza San Marco, o tra i vicoli della città partenopea, le carte diventarono assolute protagoniste. Sebbene oggi siano diffusissime quelle napoletane, per molti studiosi le più antiche carte italiane sono le trevigiane, usate oggi in Veneto e Trentino dove la loro produzione  era già fiorente nella prima metà del ‘600 con una fabbricazione di circa  300 mila mazzi annui. Erano anche note per la presenza di una serie di motti espressione della saggezza popolare presenti ancora oggi sulle carte. Così  sull’asso di coppe leggiamo “Per un punto Martin perse la capa”; sull’asso di bastoni “Se ti perdi tuo danno”; sull’asso di spade “Non ti fidar di me se il cuor ti manca”; sull’asso di denari “Non val sapere a chi ha fortuna contra”.

Il gioco delle carte a Bari

Da sempre la terra di Bari è stata luogo dedito al gioco delle carte. In una pergamena dell’archivio capitolare del 4 luglio 1333 si fa menzione alla proibizione del gioco d’azzardo. Successivamente troviamo un accenno al gioco delle carte in un verbale del capitolo di San Nicola del 1485. Sempre lo stesso capitolo troiamo, tra le istruzioni per poter affittare le case di proprietà della Basilica,  il divieto del gioco di carte: “...chi scorrerà dicta casa sia tenuto habitarne honestamente et in quella farne nulla sorte de joconè tenere baratterie”. Molto simile era il contratto del capitolo della locazione dell’Osteria della chiesa ubicata proprio di fronte la stessa dove si diceva che “non si alloggiano puttane nè tengano gioco di mulla sorte”. Ovviamente era anche proibito a tutti i prelati il gioco delle carte come dimostra uno scritto del priore di San Nicola, Fabrio Grisone,  del 1602, che intimava e a dipendenti e canonici di dedicarsi a balli ma soprattutto a “giochi profani, e indegni di religiosi, con evidente riferimento anche giochi di carte”. Insomma alle carte era riconosciuta una sorta di carattere peccaminoso.  Stessa sorte toccava ai soldati. Un decreto emanato nel 1567 dal Vicerè obbligava i soldati a non dedicarsi ai giochi.  Facendo un gran balzo temporale nell’Ottocento, quando oramai il gioco delle carte era diffusissimo nel Regno di Napoli, troviamo numerose leggi che proibivano l’esercizio del gioco clandestino in cantine e bettole in quanti causa di risse e disordini pubblici.  Successivamente nel 1861, con l’Unità d’Italia fu proprio lo Stato a assumere l’appalto delle vendite delle carte da gioco. Oggi le carte da gioco ed in particolare le carte napoletane sono diventate espressione dello stile di vita italiano, nonché mediterraneo, tra Scopa, Rubamazzo, Burraco, Scala 40, Tressette, Briscola e perchè no il Solitario. Il cuore barese sono le panchine dei vari Giardini circondate da pensionati e giocatori, ma anche i circoli di san Pasquale, Madonnella, Carrassi, Libertà, dove il gioco delle carte è accompagnato anche dalle birre Peroni.

Le Fabbriche di Carte da Gioco e Guglielmo Murari

Verso la fine dell’Ottocento cominciarono a sorgere a Bari diverse fabbriche per la produzione di carte da gioco come Belviso, Pesce, Ungaro, De Leonardis e Murari. E’ però quest’ultimo ad essere diventato uno dei più importanti, se non il più importante, fabbricatore di carte da gioco italiano tra la fine del 1800 e primi del 1900. Guglielmo Murari nasce a Treviso dove già lavorava nel campo della manifattura delle carte del gioco,  disponendo di una fabbrica a Vicenza condotta dal padre Luigi. Con il desiderio di aprire una azienda tutta sua, nel 1867 si trasferisce a Bari dove apre la sua prima attività in via Sparano 127-129. La sua idea era riuscire ad aprire una fabbrica in ogni regione. Per questo impianta a Roma, in via Urbana 56, la prima succursale per la fabbricazione delle carte da  gioco del tipo “Viterbo piccolo”. Le carte, a differenza delle altre, riportavano sul dorso la scritta Viterbo.

Purtroppo il progetto fallisce, così si concentra sull’ampliamento della sede di Bari. Sin dall’inizio la manifattura cerca di adeguarsi alla modernità andando a sostituire pian piano l’esecuzione artigianale con quella la macchina. Nel 1880 la fabbrica divenne così grande ed importante da essere trasferita in via Cavour 196-2 104 dove occupava un’estensione di circa 3000 metri quadri, e successivamente in via Zuppetta. 

Nel 1905 il successo fu così grande che ampliò ancor di più la manifattura su una superficie di 13000 metri quadrati in via Valenzano vecchia, quella che oggi è nota come via re David, in quelle che oggi sono le sale dell’Istituto Tecnico “Panetti”. All’apice del suo lavoro aveva circa 200 dipendenti e un gran numero di macchina che assicurava una produzione di circa 2 milioni di mazzi di carte da gioco all’anno. Depositi della fabbrica Murari erano presenti in ben 33 città italiane come Bologna, Messina, Napoli, Palermo, Roma, pressa, Milano e Venezia. Praticamente era da Bari che si diffondevano le carte da gioco su tutto il territorio nazionale. La ditta, inoltre, esportava anche in Svizzera, Germania e Inghilterra. La produzione principale erano i mazzi per il Gioco del cucù, i Tarocchi, Il Mercante in fiera oltre alle molteplici tipologie di carte regionali italiane. 

Il Velocipede, carta del Mercante in Fiera, simbolo della modernità

Carte tipo Siciliane

Con il decreto del 3 giugno 1895 gli viene conferita la croce di Cavaliere nell’ordine della corona d’Italia per meriti di imprenditoria e, nel 1911, riceve la nomina di Cavaliere al merito del lavoro. Per quanto riguarda la cessazione dell’attività alcuni registri dell’epoca riportano la data del 15 marzo 1929. Nella realtà però troviamo ancora una sua partecipazione alla Fiera Campionaria di Bari del 1930 e anche alcuni mazzi di carte “Lombarde” e “Genovesi” della collezione Calò Carducci sono datate dicembre 1934 e febbraio 1935. Infatti la fabbrica delle venne ceduta ai signori Pietro Vitulli Montaruli e Francesco Colucci insieme al nome commerciale “S.A. succ. Guglielmo murari” o “ comm. Guglielmo Murari “. Questa particolarità permise di continuare a produrre mazzi di carte “murari” anche dopo la vendita della fabbrica da parte del commendatore.

Le Carte da gioco “baresi”

Fate una ricerca su web ed in particolare su Wikipedia troverete la dicitura “carte baresi” tra quelle non più in uso.  Secondo quanto riportato si tratterebbe di un mazzo che comprendeva 40 carte  pressoché identico al napoletano, fatta eccezione per il cinque di spade, sul quale non apparivano disegni in nero, e le figure più tozze. Carmelo Calò Carducci e Vito Antonio Melchiorre però, nel loro libro “Le carte baresi”, edito Mario Adda,  propongono una ipotesi differente, per quanto per me non totalmente convincente.  Secondo gli studiosi le carte “baresi”  non sarebbero altro che mazzi tipo trevigiano inizialmente composte da un mazzo di 52 e solo dopo ridotti a 40.  Secondo gli studiosi, una indicazione sarebbe il disegno che compare sulla carta del numero 2 di spade, dove si vede rappresentata l’allegoria dell’Italia e, sullo sfondo, il Colosseo, la chiesa di San Marco di Venezia e probabilmente proprio il campanile di San Nicola di Bari. In realtà non mi è chiaro perché dovrebbero essere proprio queste le carte baresi visto che nel campionario del Murari ci sono moltissime carte regionali con piccole varianti e quindi, se anche il campanile rappresentasse San Nicola potrebbe essere semplicemente l’indicazione del luogo della fabbrica.  Purtroppo i due studiosi non ci danno altre indicazioni in merito.

Le carte “trevigiane” – baresi

Perchè le “Trevigiane” sarebbero le carte “baresi”?

Chi oggi volesse vedere le carte murali, oltre a conoscere fortunati detentori di tali “tesori”, può recarsi presso il Museo Civico della Città dove sono presenti le matrici in legno e zinco utilizzate per la stampa litografica delle carte, i bozzetti originali e alcune riproduzioni.  

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