di Andrea Romanazzi
Il complesso intreccio tra la produzione incisoria del tardo Seicento e la tradizione pittorica fiamminga del secolo precedente trova una delle sue massime espressioni nell’opera di Anton Joseph von Prenner, in particolare nella tavola nota come Hexensabbat o Sabba delle Streghe. Questo lavoro non rappresenta soltanto un documento visivo di rara potenza evocativa, ma costituisce un caso di studio paradigmatico per comprendere la trasmissione dei modelli iconografici attraverso i secoli e le geografie culturali, sfociando in quella “confusione” interpretativa che fonde il rigore documentario delle collezioni imperiali asburgiche con il folklore magico dell’Italia meridionale.
La Genesi dell’Opera e il Progetto del Theatrum Artis Pictoriae
Per comprendere la natura dell’immagine descritta, è necessario inquadrare la figura di Anton Joseph von Prenner (1683–1761) non come un inventore di temi occulti, ma come un raffinato cronista visivo della magnificenza imperiale. Tra il 1728 e il 1733, Prenner, in collaborazione con il pittore di corte Frans van Stampart, si dedicò a un’impresa monumentale: la documentazione incisoria della galleria imperiale di Vienna, allora ospitata nella Stallburg. Il progetto, intitolato Theatrum Artis Pictoriae, mirava a rendere accessibile al pubblico colto l’immensa collezione di opere d’arte accumulate dagli Asburgo, un patrimonio che fino ad allora era rimasto confinato nelle stanze della nobiltà e della regalità.

L’incisione dell’ Hexensabbat appare proprio in questo contesto di catalogazione sistematica. Tuttavia, l’opera incisa da Prenner non è un’invenzione originale del XVIII secolo, bensì la riproduzione di un dipinto molto più antico, risalente alla metà o alla fine del XVI secolo. Questa discrepanza cronologica è la radice primaria della “confusione” analizzata: l’immagine cattura le ansie demonologiche del Cinquecento attraverso la lente tecnica e classificatoria del Settecento. L’attribuzione del dipinto originale da cui Prenner trasse la sua incisione è stata oggetto di numerosi mutamenti nel corso dei secoli, riflettendo le alterne fortune degli studi di storia dell’arte e le variazioni nel mercato collezionistico. L’analisi moderna propende per identificare l’autore del prototipo in Frans Verbeeck, un maestro fiammingo noto per le sue scene di genere cariche di elementi fantastici e satirici. L’opera, conservata all’epoca nella Galleria Imperiale, era già stata catalogata nel 1659 sotto il nome di Giulio Romano, un errore che dimostra come, già nel XVII secolo, l’origine di queste immagini “di stregoneria” fosse avvolta nel mistero.
Analisi Formale: Dinamismo Nervoso e Atmosfera Ansiogena
La scena descritta si presenta come un groviglio inestricabile di corpi e vapori, dove il dinamismo è definito “nervoso e screanzato”, un’espressione che cattura la rottura delle proporzioni classiche a favore di un’espressività esasperata. Al centro della composizione domina un grande calderone, fulcro non solo dell’azione rituale ma anche della struttura prospettica del dipinto. Attorno al pentolone si accalca una moltitudine di donne, le cui fisionomie oscillano tra la giovinezza voluttuosa e la decrepitezza più ripugnante. Una figura in particolare cattura l’attenzione: una strega dal petto scoperto, i cui “penduli seni” sono un tòpos iconografico volto a rappresentare la corruzione fisica come specchio della depravazione morale. Essa riversa nel liquido “strani ingredienti”, un richiamo diretto alla preparazione degli unguenti magici che, secondo la trattatistica demonologica come il Malleus Maleficarum, permettevano il volo transcorporeo.
Mentre una delle partecipanti mescola il contenuto con una scopa — strumento domestico qui invertito nel suo significato funzionale — il fumo denso che ne scaturisce si propaga nell’intera scena. Questo fumo non è un semplice elemento atmosferico; esso funge da veicolo per le streghe (o magare) che si levano in volo, avvolte in nembi e tempeste che esse stesse sembrano diffondere da vasi incantati. Questa connessione tra le pratiche del sabba e i fenomeni meteorologici avversi riflette la credenza popolare, profondamente radicata nel XVI secolo, che le streghe fossero responsabili di grandine e fulmini che distruggevano i raccolti.
La Pedagogia Infernale: Il Diavolo e i Cenciosi Fogli
Un elemento di straordinaria sottigliezza introdotto da Verbeeck e fedelmente riportato da Prenner è la figura del Diavolo. Egli non appare come un mostro colossale e distante, ma si “mimetizza nel caos”, assumendo una forma quasi umana, sebbene tradita dagli zoccoli caprini che spuntano tra le vesti delle donne (Cerchio rosso). Il Diavolo è qui raffigurato come un pedagogo oscuro: egli si impegna a insegnare i “rudimenti della magia” a una donna, indicando con le dita artigliate dei “cenciosi fogli” o grimori. Questo dettaglio trasforma la stregoneria da un istinto brutale a una conoscenza codificata, una sorta di “anti-cultura” che si apprende attraverso lo studio di testi proibiti. I fogli laceri rappresentano l’inversione delle sacre scritture e della liturgia cristiana, suggerendo che il potere delle streghe derivi da un patto intellettuale e consapevole con il maligno.

Il Topos di della Strega
L’aspetto più peculiare della descrizione fornita riguarda l’apparizione della “megera a cavalcioni su un cane nero”. Nell’incisione di Prenner, la cavalcata sul lupo è un elemento classico dell’iconografia magica europea, simboleggiante la ferocia e la natura predatoria del peccato (Cerchio blu) . Accanto alla strega sul lupo, un gatto nero “ghigna vicino una carcassa animale”.Il gatto, animale liminale per eccellenza nel pensiero medievale, funge qui da testimone e complice (cerchio celeste). Il suo ghigno, unito alla presenza dello scheletro di un altro animale, enfatizza il tema della morte e della decomposizione che permea il sabba. Sullo sfondo dell’orgia stregonesca, Prenner include dettagli che ancorano la scena alla realtà dei maleficia temuti dalle popolazioni dell’epoca. Si vedono degli uomini che fuggono impauriti, mentre in lontananza una casa brucia sotto i loro sguardi impotenti. Questo incendio non è una coincidenza, ma la rappresentazione visiva del danno materiale causato dalla magia nera. La stregoneria, nel XVI secolo, non era solo un crimine teologico, ma un pericolo pubblico associato alla distruzione della proprietà e della vita comunitaria (cerchio viola). La fuga degli uomini sottolinea l’impotenza del patriarcato e dell’ordine sociale di fronte allo scatenarsi delle forze infere evocate dalle donne riunite in congrega.
Dinamiche di Genere e Ribaltamento Sociale
Il sabba raffigurato da Verbeeck e Prenner è uno spazio quasi esclusivamente femminile, dove i ruoli sociali sono completamente ribaltati. La nudità, l’atto di cavalcare animali selvaggi, l’uso delle scope (attrezzi domestici) per scopi transgressivi e l’apprendimento di una cultura “altra” sotto la guida del demonio, costituiscono un manifesto di ribellione all’ordine costituito. Il dinamismo “nervoso” delle figure riflette questa instabilità sociale. Le donne nel dipinto non si limitano a partecipare a un rito, ma sembrano abitare una dimensione di libertà violenta e compulsiva, espressa attraverso gesti sregolati e urla che l’osservatore può “quasi sentire” guardando la confusione furibonda della mischia.
La Transizione dal Terrore alla Curiosità Intellettuale
Un aspetto fondamentale per sciogliere la “confusione” segnalata riguarda il passaggio di questa immagine attraverso i secoli. Se nel Cinquecento il dipinto originale di Verbeeck era un monito terribile sulla realtà del demonio, l’incisione di Prenner del 1728 si inserisce in una sensibilità diversa. Nel XVIII secolo, la paura della stregoneria stava gradualmente lasciando il posto a una forma di collezionismo enciclopedico e a una fascinazione per l’insolito. L’opera viene inclusa nel Theatrum Artis Pictoriae non come un trattato di demonologia, ma come una “rarità” artistica. Lo “straordinario” cessa di essere fonte di puro timore e diventa uno spunto di riflessione e sviluppo intellettuale. L’incisione di Prenner ha permesso a un’immagine altrimenti confinata nelle gallerie private di Vienna di circolare tra gli eruditi di tutta Europa. La tecnica incisoria di Prenner, precisa e ricca di contrasti, accentua l’atmosfera “mistica e ansiogena” dell’originale, rendendo i volti delle streghe e i dettagli del calderone ancora più vividi per un pubblico che, pur non credendo più letteralmente al volo notturno, ne subiva ancora il fascino estetico e simbolico.
L’ Hexensabbat di Anton Joseph von Prenner è un’opera che condensa tre secoli di storia della cultura europea. L’opera esiste oggi per noi grazie allo sforzo catalogatorio di Prenner e Stampart, che hanno trasformato un reperto di un’epoca di caccia alle streghe in un oggetto di studio per la storia dell’arte.




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