di Andrea Romanazzi
Nel cuore del Grande Nord, tra le nevi dell’estremo settentrione della Scandinavia, vive un popolo che ha saputo intrecciare la propria esistenza con le forze della natura e lo spirito degli antenati: i Sámi. Il loro universo religioso, profondamente animista e sciamanico, trova uno dei suoi centri simbolici e rituali più potenti nel tamburo del noaidi, lo sciamano tradizionale. Questo scritto è un Reportage di Viaggio tra i Finni di Finlandia e i Sámi localizzati tra le regioni settentrionali di Norvegia.
Introduzione allo Sciamanesimo Finnico
Lo sciamanesimo finnico rappresenta una delle più antiche forme religiose e spirituali del Nord Europa, profondamente radicata nella tradizione delle popolazioni uraliche, in particolare tra i Finni, i Sámi (Lapponi), e altri gruppi etnici collegati come i Komi, i Votyak (Udmurti), i Mari e i Mordvini. Questo sistema di credenze si colloca all’incrocio tra le culture siberiane e quelle europee, mostrando influenze animistiche, totemiche e mitico-religiose, in cui ogni aspetto del mondo naturale era caricato di significati spirituali. Al centro della cosmologia uralica, come già notato da Hajdú nel 1973, si trova il concetto di “anima libera” o “doppio”, una parte spirituale dell’individuo capace di staccarsi dal corpo e viaggiare nei mondi invisibili, mantenendo un contatto con le forze misteriose della natura e con gli spiriti. Il ruolo dello sciamano, quindi, non era solo quello di guaritore o mediatore, ma anche di viaggiatore estatico, in grado di spostarsi tra i livelli della realtà per portare guarigione, conoscenza o visioni.
L’Anima nel Mondo Finno-Ugrico: Molteplicità, Viaggio e Destino
Nel cuore delle tradizioni sciamaniche finno-ugriche si trova una concezione dell’anima sorprendentemente articolata, che riflette una visione del mondo fondata sulla ciclicità, la metamorfosi e la permeabilità tra i piani dell’esistenza. A differenza della visione monistica introdotta dal Cristianesimo – in cui l’anima è un’entità unica e indivisibile – i popoli uralici, come gli Ob’-Ugriani, i Voguli, i Sámi, i Komi, i Mari e i Mordvini, attribuivano all’essere umano una struttura animica composita, costituita da più anime, ciascuna con una funzione, un destino e un legame specifico con l’universo visibile e invisibile. Tra gli Ob’-Ugriani, ad esempio, si distinguevano cinque anime maschili e quattro femminili, suddivise in:
- L’anima-ombra (urt in Votyak, ort in Zyrian): un doppio spirituale capace di separarsi dal corpo, ritenuto responsabile di malattie, sogni, visioni e stati alterati di coscienza. Questa “ombra” poteva infestare i vivi se non trattata con i dovuti rituali.
- L’anima-respiro (lül, lel, lelek, loü, liin): intesa come soffio vitale, connessa all’atto del nascere e del morire. In molte lingue uraliche questo concetto è espresso con la radice l, legata al fiato che esce dal corpo al momento della morte.
- L’anima del sonno: chiamata in alcuni contesti “uccello del sonno” o “uccello dell’anima”, che lasciava il corpo durante il sonno profondo o in trance, assumendo la forma di un animale (anatra, cigno, pesce, insetto) per viaggiare nei mondi invisibili.
- L’anima ereditaria: trasmessa nel lignaggio, spesso legata al nome del defunto, che si reincarnava nei neonati e proteggeva la stirpe. Per questo, il nome dell’antenato era mantenuto segreto e rivelato solo in riti iniziatici o propiziatori.
- L’anima sepolta: quella che restava nei resti materiali del corpo e richiedeva particolare cura nei riti funerari, per evitare il ritorno inquieto del morto.
Queste anime potevano essere distinte anche tra anime corporee e incorporee, o, secondo una prospettiva più tarda cristianizzata, tra anima, spirito e corpo, con vari tentativi di conciliazione tra la dottrina ortodossa e le credenze ancestrali.
Il passaggio dell’anima nel post mortem era concepito come un viaggio iniziatico. I morti attraversavano acque cosmiche – fiumi, mari, o la Via Lattea (“la via degli uccelli”) – volando come anatre, cigni o gru, oppure navigando in barche funebri. In particolare, i Voguli ritenevano che l’anima dovesse passare attraverso un piccolo foro nel cielo, un’apertura nascosta tra i rami dell’albero cosmico, dove il cielo tocca la terra. Durante il passaggio, l’anima perdeva le piume, simbolo del suo adattamento alla nuova dimensione.
Talora si credeva che l’anima potesse rimanere temporaneamente nel corpo o vicino alla casa, soprattutto se la morte era avvenuta in modo violento o improvviso. Per questo, venivano attuati complessi rituali di “seconda sepoltura”, durante i quali i resti venivano esumati, purificati e nuovamente tumulati con offerte e parole sacre. In alcuni casi, si praticava l’apertura posteriore della tenda o della capanna funeraria, per permettere all’anima di uscire senza disturbare i vivi.
Lo sciamano, nella sua funzione di mediatore, era colui che viaggiava con la propria anima-ombra, spesso assumendo forme animali nei suoi sogni e nella trance. Il suo corpo restava immobile, mentre il doppio si muoveva nel mondo degli spiriti, portando con sé messaggi, domande, offerte o maledizioni.
Durante questi viaggi, la connessione tra l’anima e il volto era ritenuta così forte che nei rituali veniva coperta la faccia del celebrante o del defunto per proteggere la propria identità animica. Anche i capelli e il cranio avevano un forte significato simbolico: si credeva che il potere dell’anima risiedesse nel capo, tanto che si conservavano teschi o ciocche per trasmettere forza, memoria e protezione. Non tutte le anime erano benevole. L’anima-ombra, se disturbata o maltrattata, poteva ritornare sotto forma di malattia, visione, follia. In alcune lingue, come il Komi o l’Udmurto, le parole per “anima” sono linguisticamente collegate a quelle per “malattia” o “ombra corporea”. Alcuni spiriti, come i rike (sciamani oscuri), erano in grado di inviare anime ombra per colpire i nemici, causando squilibri psico-fisici o possessioni.
Gli Spiriti e il Pantheon Invisibile
La cosmologia finno-ugrica è popolata da miriadi di spiriti, divinità e forze naturali. Al vertice vi era il cosiddetto Dio del Cielo (Jumala, Inmar, Num-Tûrem), talora associato a una Dea Solare o Donna Dorata, come nei culti Ob’-Ugriani. Viera poi Beaivi (il Sole), fonte di vita e potere benefico, spesso collocata al centro del tamburo o rappresentata tramite raggi circolari; Dearpmis, sovrano di tuoni e arcobaleni, nonché protettore dello sciamano durante il suo stato di incoscienza corporea. Vi era poi la “Dea della Fertilità” e il “Dio della Fertilità” (Hedelmällisyyden jumalat), a garantire prosperità nei raccolti e nella procreazione, il “Poro” (renna), simbolo essenziale della vita sámi, rappresentato come spirito guida. A questo pantheon si affiancavano spiriti ctoni legati agli inferi e alla fertilità (come Xul’-öter, signore degli inferi); spiriti della natura, dei boschi, delle acque e del fuoco (Tapio, Peko, Sárakka, Bieggoemai); spiriti maligni o ambivalenti, come i rike o i Stallo, giganti divoratori di bambini e anime; spiriti protettori degli avi, degli alberi domestici, dei confini e delle donne.
Questi esseri potevano essere benefici o pericolosi, e lo sciamano doveva imparare a negoziare con ciascuno di loro attraverso parole, suoni, gesti e sacrifici. Alcuni spiriti venivano evocati battendo i tamburi rituali adornati di simboli animali, altri venivano visti nei sogni o guidati nel mondo degli spiriti da animali guida come l’orso, l’alce, il cigno o il serpente. Le culture fino-ugriche praticavano anche riti sacrificali non solo per placare o onorare gli spiriti, ma anche per mantenere il delicato equilibrio tra le forze della natura e le comunità umane. Si offrivano animali, piume, saliva, sputi rituali, sangue e perfino oggetti personali. Le offerte venivano collocate in luoghi sacri come:
- boschetti tabù (kenezet);
- sorgenti recintate;
- alberi sacri (sája e seïte);
- angoli del focolare domestico (soprattutto tra i Finni e i Careliani).
L’uso del sangue era riservato a cerimonie di particolare potenza: i Votyak versavano il sangue di tori bianchi a Inmar, i Lapps offrivano il sangue di renne al sole. Nei riti di passaggio o purificazione, anche l’urina, la saliva o il sudore potevano diventare veicoli sacri, caricati di potere rigenerante.
Il tamburo sacro e i suoi simboli
Nel contesto delle religioni tradizionali boreali, lo sciamanesimo sámi rappresenta una forma altamente sviluppata di interazione con il sacro, incentrata sull’uso rituale del tamburo (goavddis o gievrie, a seconda dei dialetti). Lungi dall’essere un semplice oggetto sonoro, il tamburo sámi si configura come un artefatto cosmico, un supporto iconografico e un veicolo di trance. Esso consente allo noaidi – lo sciamano – di attraversare i confini ontologici tra il mondo visibile e l’invisibile, ponendosi al centro di una complessa cosmologia che riflette l’equilibrio tra uomo, natura e spirito. Il tamburo degli sciamani sámi è generalmente costituito da un telaio in legno ricoperto da pelle di renna, tesa e fissata con lacci. L’iconografia del tamburo non era mai casuale: i simboli erano spesso tramandati da maestro a discepolo e potevano essere personalizzati in base alle esperienze spirituali dello sciamano. In epoca cristiana, molti tamburi furono confiscati o distrutti, ritenuti strumenti “diabolici” dalle autorità ecclesiastiche luterane. Tuttavia, alcune copie sono sopravvissute nei musei o nella memoria dei popoli autoctoni. Il tamburo degli sciamani sámi è generalmente costituito da un telaio in legno ricoperto da pelle di renna, tesa e fissata con lacci. Sulla superficie sono tracciati simboli sacri, organizzati secondo una struttura cosmologica. Questi simboli, identificati nei musei e nelle fonti orali, rappresentano divinità (jumala), spiriti ausiliari, elementi naturali, animali guida e concetti astratti come la fertilità, la forza o la felicità. Il tamburo, dunque, non è solo uno strumento ma anche una mappa del mondo spirituale.
Il Tamburo di Anders Poulsen
Nel cuore del Sámi Museum di Karasjok, in Norvegia, dietro una teca illuminata ma protettiva, riposa un oggetto che per secoli è rimasto in esilio: il tamburo sciamanico di Anders Poulsen, uno degli ultimi noaidi documentati nel periodo dell’Inquisizione luterana del XVII secolo. Questo tamburo non è solo un manufatto rituale: è una voce silenziosa di un’intera cosmologia soppressa, un simbolo di resistenza spirituale e culturale.
Anders Poulsen, conosciuto nella sua comunità con il nome sámi Poala-Ánde, era un noaidi, ovvero uno sciamano. Nel 1691, durante una delle numerose ondate di cristianizzazione forzata nei territori sámi da parte delle autorità danesi-norvegesi, fu arrestato per aver praticato antichi riti con il suo tamburo. L’accusa formale fu di stregoneria. Durante l’istruttoria del processo, Poulsen non rinnegò le proprie pratiche: il tamburo gli serviva per guarire, per trovare renne smarrite, per comunicare con il mondo degli spiriti. Prima della conclusione del processo, nel 1692, morì in circostanze mai chiarite.
Il suo tamburo, confiscato e inviato come trofeo etnografico a Copenaghen, venne conservato per oltre 300 anni presso il Museo Nazionale di Danimarca. Solo nel 2022, grazie a una lunga campagna culturale e politica da parte della comunità sámi, il tamburo ha fatto ritorno nella sua terra, divenendo emblema del diritto alla memoria e alla spiritualità indigena. Il tamburo di Anders Poulsen è ovale, costruito con un telaio ligneo – probabilmente di betulla – e una membrana in pelle di renna. Ma ciò che lo rende unico è la rete di simboli rossi tracciati sulla sua superficie: un vero e proprio cosmogramma, ovvero una rappresentazione visiva e rituale della concezione del mondo secondo il pensiero sámi.
Vi sono raffigurati:
- mondi sovrapposti: il mondo superiore (spiriti celesti, sole, luna), quello intermedio (vita quotidiana, renne, tende, uomini), e quello inferiore (spiriti ancestrali, animali psicopompi);
- figure antropomorfe e totemiche: spiriti guida, renne, uccelli, tamburi stessi;
- simboli oracolari: scale, rami, porte, interpretabili nel corso dei rituali con l’ausilio di un anello metallico o oggetto mobile.
Il tamburo non era semplicemente percosso, ma le sue superfici venivano lette come si legge una mappa, permettendo al noaidi di ricevere risposte, visioni, direzioni spirituali.
La restituzione del tamburo nel 2022 al Sámi Museum è stata un atto storico, fortemente simbolico. Dopo più di tre secoli di separazione, il tamburo ha fatto ritorno non solo alla comunità, ma al suo ruolo sacro, sebbene ora custodito in ambito museale. Oggi esso rappresenta la rinascita di una cultura ferita, ma non dimenticata. È un totem della sopravvivenza spirituale, un ponte tra le generazioni. Osservarlo, come fa il visitatore ritratto nelle foto, significa confrontarsi con una memoria profonda, sedimentata, che affonda le radici in una visione del mondo ciclica, animista e relazionale.
L’uso primario del tamburo è collegato all’induzione di stati alterati di coscienza necessari al noaidi per effettuare il cosiddetto viaggio dell’anima. Secondo le fonti raccolte, questo viaggio avveniva in momenti di crisi collettiva (malattie, carestie, disastri naturali) o per ottenere visioni e risposte spirituali. Durante il rito, lo sciamano si circondava dei suoi assistenti, che cantavano il joik, canto tradizionale capace di sostenere e guidare il ritorno dello spirito nel corpo.
Una volta caduto in stato catalettico, l’anima del noaidi si separava dal corpo e intraprendeva la traversata verso Sáivu, accompagnata da spiriti guida zoomorfi – i sáivu-loddi (uccelli), sáivu-guolli (pesci), e sáivu-sarvvat (renne). Questi spiriti ausiliari agivano come intermediari nei mondi invisibili, garantendo protezione e orientamento. In alcuni casi, tuttavia, lo sciamano poteva incontrare entità ostili o spiriti rivali defunti, rischiando la perdita definitiva della propria anima, con conseguente morte fisica.
Il viaggio dello sciamano nel Sájvu
Il testo espositivo contenuto nel museo approfondisce il concetto di Sájvu, il “paradiso dei Sámi”, un luogo spirituale parallelo alla vita terrena dove i defunti continuano a vivere in armonia con renne, pesci e animali selvatici. In Sájvu, l’esistenza si replica in modo idealizzato e felice, al contrario del Jábmiid áibmu, il regno delle anime malvagie. Alcuni laghi erano considerati portali verso Sájvu, dotati di un “doppio fondo” da cui sgorgavano sorgenti sacre.
Quando la comunità necessitava di guida o guarigione, il noaidi intraprendeva un viaggio mistico verso Sájvu. Lasciava il proprio corpo inerte sulla terra, mentre la sua anima, liberata tramite il canto joik e il battito del tamburo, si addentrava nel regno invisibile. In questa traversata veniva assistito da spiriti-animali: uccelli, pesci e renne (Sáivu-loddi, Sáivu-guolli, Sáivu-sarvvat), guide capaci di navigare il confine tra i mondi.
Il viaggio poteva durare ore o persino un giorno e una notte. Se fortunato, lo sciamano otteneva consiglio dagli spiriti ancestrali o dai precedenti noaidi defunti. Ma il pericolo era sempre in agguato: poteva incontrare spiriti ostili o sciamani rivali defunti. Se sconfitto, rischiava di non fare più ritorno.
Le Incisioni Rupestri della Finlandia
Tra le pieghe di antiche rocce levigate dal ghiaccio e dal tempo, immerse nel verde silenzioso delle foreste boreali, la Finlandia custodisce uno dei più potenti archivi simbolici del passato europeo: le sue incisioni rupestri preistoriche. Non semplici rappresentazioni artistiche, ma codici di comunicazione tra l’umano e il sacro, mappe di significati rituali, spirituali e cosmici incise sulla pelle stessa della terra. Siamo a Värikallio, nel parco nazionale di Hossa. Le fotografie mostrano superfici rocciose scolpite con tratti decisi, che rivelano figure antropomorfe, zoomorfe e geometriche. In particolare, si riconoscono un’enorme figura umanoide con corpo reticolato, probabilmente un totem, uno spirito ancestrale o uno sciamano in stato di trance; pesci e animali con corna (forse renne), simboli centrali per le culture di cacciatori-raccoglitori della regione; barche, onde e simboli serpentiformi, che suggeriscono un rapporto diretto con il mondo acquatico e l’idea del viaggio, sia fisico che spirituale.
Le immagini mostrano sequenze, non semplici simboli isolati. Questo suggerisce che le rocce fungevano da scenari narrativi, probabilmente usati durante cerimonie iniziatiche o come supporti visivi nei racconti mitici delle tribù. Il susseguirsi di figure lungo una linea guida potrebbe rappresentare un viaggio spirituale, una migrazione stagionale o il percorso dell’anima verso l’aldilà. Queste incisioni non sono opere decorative: sono strumenti di connessione, di trasmissione, di evocazione. Alcuni studiosi ipotizzano che le superfici rocciose scelte – spesso lisce, esposte al sole e vicine all’acqua – fossero scelte non solo per la visibilità, ma per le loro qualità acustiche o energetiche, diventando portali vibranti durante le cerimonie. La posizione remota di molti di questi siti rafforza l’idea che fossero spazi liminali, al confine tra il mondo umano e quello degli spiriti.





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