di Andrea Romanazzi

La città di Bari, con la sua stratificazione millenaria di culti, culti sincretici e tradizioni popolari, custodisce un patrimonio demonologico che affonda le radici nella lunga storia dell’Adriatico. Le vicende di santi e pirati, i racconti legati alle reliquie di San Nicola, le pie leggende delle confraternite si intrecciano con un sottobosco più oscuro, fatto di streghe, malefici, metamorfosi e “ombre” che, per secoli, hanno popolato l’immaginario collettivo dei suoi abitanti.

Accanto ai racconti canonici della religiosità ufficiale, il capoluogo pugliese ha coltivato una propria tradizione autonoma di figure magiche femminili che la ricerca etnografica del Novecento ha riportato alla luce soprattutto attraverso il lavoro di Alfredo Giovine, Le sue trascrizioni, basate su testimonianze orali della prima metà del secolo, vi è quella delle gatte masciàre, streghe capaci di trasformarsi in animali notturni, di valicare tetti e terrazze, e di radunarsi nei punti nevralgici della città vecchia per compiere incanti, vendette e maledizioni. Da queste presenze, che oscillano tra mito e memoria, prende avvio il discorso antropologico sulle “streghe di Bari”. Nella tradizione barese le gatte masciàre appaiono come donne avvenenti, astute e sospettate di intrattenere un patto con potenze infernali. La loro caratteristica principale è la capacità di mutare forma, assumendo l’aspetto di gatti neri, agili e silenziosi. Aspettato che i mariti scivolassero in un sonno profondo, le masciàre salivano sul punto più alto della casa, il tetto, la terrazza o la sommità del solaio. Lì, nell’oscurità compatta, la donna si spogliava e si ungeva con l’olio masciàro, un unguento misterioso e temuto, spesso descritto come di odore acre e consistenza resinosa. Il gesto conclusivo, un balzo nel vuoto, completava la metamorfosi: atterrate su quattro zampe, libere e flessuose come animali notturni, le masciàre correvano verso la loro meta rituale.

Durante l’atto si mormorava la formula proibita:

Sop’a spine e ssop’a saremìinde,
m’agghi’acchìa a Millevìinde.
(“Su spine e sarmenti, mi troverò a Malevento.”)

La topografia magica di Bari individua un luogo preciso come epicentro del culto: l’arco a crociera di Corte Cavallerizza, ricordato ancora oggi come Arco della Fattucchiera. Qui, secondo Giovine, si svolgevano le congreghe notturne, in cui “le gatte masciàre, insieme ad altre streghe della città, si riunivano per maledire chi aveva parlato contro di loro, tentare donne oneste e far ammalare bambini innocenti”. Una delle storie più note, riportata da Giovine, riguarda due masciàre sorprese all’aurora, ancora incapaci di riassumere forma animale. Ritrovate nude sotto un carro, vennero trascinate in Piazza Mercantile e legate alla Colonna Infame. I ragazzi vennero allontanati e le donne frustate “sul posto in cui si appoggia la dignità”, mentre la folla inveiva:
«Scetterrà sott’a tèrre! Scetterrà a ccàse de diauue!»

Ci sono poi  racconti di streghe “infilzate” mentre si trovavano sotto forma di gatto.“…Una donna aveva un figlio solo, che dovendosi accasare aveva scelto aveva prescelto una giovane di suo genio … a capo di nove mesi nacque una bellissima bambina … non aveva cominciato a mettere i denti ed era grassa e grossa. Ed ecco che a poco a poco, manca, manca e muore … la stessa cosa per altre cinque creature, che vennero appresso … Viene raccomandato al giovane di stare attento nella notte, e di far dormire la novella creatura vicino a sé e quando vedesse un gatto sul letto, subito corresse a cercarlo … Una notte dopo aver udito un rumore come di vento alla porta della camera, sente qualcosa sul letto, si volta e vede una gatta. In un momento afferra la gatta e, con il rasoio che aveva preparato sotto il cuscino, le taglia il piede. La mattina appresso, la madre si alzava e guaiva. Va il figlio “mamma che hai?”. “Figlio mi hai ucciso, mi hai ucciso”. E vide che aveva la mano tagliata…”.

Tra il 1000 e il 1700, milioni di gatti furono bruciati sul rogo insieme alle loro streghe; nei suoi sermoni san Domenico identificava il gatto con il diavolo e negli atti della sua canonizzazione si narra che egli avesse sconfitto un enorme gatto nero con occhi e lingua fiammeggianti. Nel 1233, nella bolla papale “Vox in Roma” Gregorio IX definì l’animale portatore di sventure e, poiché si credeva che esso presiedesse ai Sabba, prescrisse che gli fossero bruciate le parti posteriori; nel 1484 papa Innocenzo VIII decretò che qualunque donna desse del cibo ai gatti poteva essere accusata di stregoneria. Sarà poi questa l’origine della figura della “gattara”, una sorta di moderna strega, che popola molti racconti popolari italiani. Così…Ce v pass da nanze na gatta gnore…bene, salutatela, potrebbe essere una strega a cui non conviene fare uno sgarbo.

Figure minori e spiriti domestici nel folklore barese

Non solo streghe ma anche demoni e folletti. La presenza dello Scazzamurriedd nel folklore di Bari costituisce un caso interessante di adattamento culturale. Non si tratta infatti di una figura originaria della città; la sua diffusione in area urbana risale, secondo le testimonianze attestate, al periodo compreso tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento, quando numerose famiglie provenienti dalle Murge e dall’entroterra si stabilirono nei quartieri popolari del centro storico. Proprio attraverso questo movimento interno si sedimentarono nel tessuto narrativo barese credenze, dialetti e racconti che portarono con sé un’intera costellazione di esseri folklorici rurali. Nelle Murge e in Terra di Bari si credeva che strane figure, note come scazzamurridde e scazzamurridde abitassero le case vecchie caratterizzate da umidità, bassi e magazzini in penombra. È proprio nelle case di Bari Vecchia che lo Scazzamurriedd ha trovato un terreno narrativo favorevole, venendo reinterpretato come un folletto dispettoso legato al focolare e alla vita domestica. La letteratura pugliese conferma la presenza nel territorio di piccoli spiriti domestici che condividono tratti comuni: nature liminali tra l’infanzia e la vecchiaia, statura minuscola, capacità di rendersi invisibili, abitudini notturne e un carattere ambivalente, oscillante tra il gioco e l’ostilità. La loro funzione è soprattutto quella di folletti dispettosi. Questi comportamenti assumono connotazioni domestiche e non maligne, riflettendo una tipologia di spirito che l’etnologia mediterranea conosce bene: il “folletto del focolare”, più incline al dispetto che al maleficio. Molto simile è Il Munacidd costituisce un’altra figura radicata nel folclore pugliese. La tradizione lo descrive come un esserino piccolo, con un cappuccio rosso, aspetto infantile e anche esso con comportamento ambivalente: talvolta protettivo verso la famiglia, talvolta incline ai dispetti. Le testimonianze parlano di piccoli rumori durante la notte, di oggetti trovati fuori posto e, talvolta, di una presenza considerata protettiva verso i più piccoli.

Una risposta a “Streghe, diavoli, folletti di Bari: figure, narrazioni e ritualità nella città adriatica (Parte 1)”

  1. Veramente molto interessante 👍

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