La Signora del Gioco e la stregoneria siciliana

di Alessia Giuliana

La nostra terra è piena di reperti archeologici che si trovano in ogni angolo siculo. Una delle figure che si muove nel territorio è quello della “Signora del Gioco” (Erodiade, Diana, Ecate), Dea che rivela alle streghe i segreti della magia delle erbe e della stregoneria (nell’età antica la dea triplice, nota come “Deae Matres” o “Deae Matronae”). Le storie della Signora del Gioco non soltanto sono comuni ai processi di stregoneria, ma si trovano anche nel folklore popolare. I vostri nonni non vi hanno mai raccontato delle storie riguardanti il vostro territorio? Di signore strane, vestite di nero ? Non avete mai incontrato una “fattucchiera”? Le tradizioni popolari del territorio parlano ancora della grande Signora e la sua voce racconta storie di spiriti, streghe e fate. La stregoneria è esistita e continua a vivere.

Le modalità con cui questo sapere magico-terapeutico potrebbe essere riconducibile ad alcune credenze sciamaniche di origine celtica presenti in Europa a partire dal VIII secolo. Si tratta di culti di carattere estatico legati al mondo delle dee dispensatrici di ricchezza, benessere e sapere…

(Fonte: “Sanare e Maleficiare”, Domizia Weber)

Le Donne di fuora, dette anche Donnuzzi di locu, Donni di notti, (Caltanissetta) Donni di casa (Nicosia) ecc., sono considerate in Sicilia esseri soprannaturali, ma anche ottime casalinghe, maniache dell’ordine e della sanificazione della casa; cucinano per i loro mariti e badano ai bambini, con la particolarità di esser specialiste delle erbe e delle arti magiche. Secondo quanto tramandato, queste signore altro non erano che 33 potenti creature sotto le dipendenze di una “Fata Maggiore”. Queste figure uscivano tre volte a settimana: martedì, giovedì e sabato, per decidere sulle fatture da rompere, i castighi, protezioni o benedizioni. La notte, prima di uscire da casa (si riferisce a una esperienza extracorporea) queste donne avvisavano i mariti della loro partenza vietando loro di toccare il loro corpo. Altre voci raccontano che, per avere in casa la visita della “Signora”, ci si doveva assicurare che la casa fosse perfettamente pulita e ordinata, e prima della mezzanotte ardere dell’incenso, foglie d’alloro e rosmarino, e il loro arrivo sarebbe stato annunciato da un colpo di vento…

Si racconta che all’iniziazione di una nuova donna di fuora, il corteo delle trentatré donne serviva una pozione soporifera alla nuova iniziata, la quale avrebbe dormito per 24 ore. In sogno la nuova donna di fuora si sarebbe recata al cospetto della Fata Maggiore, la capitana del corteo, alla quale l’iniziata avrebbe donato una ciocca di capelli che la Fata avrebbe conservato nel suo Libro Nero. Una volta risvegliatasi, la donna era a conoscenza dei segreti della stregoneria.

Tradizioni tramandano che queste donne, “Le Animulari”, diedero la loro anima al diavolo e diventarono streghe cattive. Uscivano di notte, radunandosi per progettare il male che avrebbero fatto alle persone. Una loro caratteristica era quella di girare nell’oscurità con un arcolaio “anìmulu” (da qui l’origine del loro nome). L ’arcolaio era uno strumento in legno che veniva anticamente usato per dipanare le matasse, avvolgendo il filo in gomitolo.

Un collegamento va fatto tra esse e il culto delle Moire. Le tre Moire sono figure appartenenti alla mitologia greca che si collegano con le Parche (mitologia romana) e le Norne (mitologia scandinava). Figlie della notte con il compito di tessere il filo del fato di ogni uomo, svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte.

Le animulari, dette anche Dragunara (dragonara, dragunara, ddragunara) ovvero “Timpesta di ventira” o Donna du vientu (tempesta di vento, raffica di vento, tromba d’aria). Queste donne come il vento si insinuano nelle serrature delle porte di casa. La “Ddragunara” a Caltanissetta è una donna dai capelli sciolti, nuda, che allo scoppiare dell’uragano, si solleva da terra con la testa chinata sul petto e ad una certa altezza gira per aria prendendo forma di denso e scuro vapore o di fumo nero e per farla smettere bisogna tagliarla con la mano sinistra recitando scongiuri ed essa verrà giù a piccoli pezzetti.
Ad Agrigento, invece, è una strega che fa mirabili incantesimi. Per esorcizzarla bisogna tagliare con una falce la “Dragunara” e fare gli scongiuri; allora cadrà in pezzi invisibili accompagnati da calze di seta, scarpe vecchie, arcolai ed altri arnesi di stregheria che verranno giù dall’aria.

Penultima figura è il “Mazzamareddu” o “Fuddhittu” ovvero il folletto (incubo, demonio, tromba d’ aria), un essere che ama spaventare la gente con vortici di vento.

Majara o megere, conosciute anche come “fattucchiere” o denominate “streghe”. La majara si richiede per ottenere la guarigione o per allontanare la presenza di una forza avversa ma anche per invocare malefici nei confronti dei rivali. Esse guariscono da mali fisici e dalle fatture (incantesimi maligni) utilizzando per lo più oggetti familiari: l’olio, l’acqua, il sale, un piatto, chiavi, la fede nuziale o erbe comuni; ma l’elemento essenziale dello scongiuro sono le formule magiche: filastrocche ripetute più volte, che infondono agli elementi utilizzati una forza inusuale.

A lei si rivolgevo maggiormente le persone più povere ma anche i superstiziosi, pagandola in natura (qualche uovo, una gallina, del pane ecc..).

La sua “investitura” avviene per opera di altre donne (le madrine) che, nella notte di San Giovanni (il 24 Giugno, cioè 3 giorni dopo il solstizio d’estate) o la vigilia di Natale (il 24 dicembre, 3 giorni dopo il solstizio d’inverno), consacrano la nuova majara, bagnandola con dell’acqua alla confluenza di tre strade o tre corsi d’acqua.

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