Misteri di Puglia: Soleto e il mistero dell’Alchimista

di Andrea Romanazzi

Tra le tante leggende pugliesi una davvero interessante è quella che riguarda un misterioso alchimista e i suoi patti con il diavolo. Per incontrarlo ci trasferiamo a Soleto, cittadina salentina, il cui centro storico trasuda continui riferimenti magici.

Iniziamo la nostra passeggiata (Fig.1) partendo da Porta San Vito, unica delle quattro porte cittadine sopravvissuta. E’ da qui che incomincia il nostro viaggio tra i misteri del borgo. Sull’Arco è presente una statua sacra, quasi a voler esorcizzare il luogo. Non si tratta in realtà di quella originaria dedicata, secondo la tradizione, a San Vito, ma di una nuova realizzazione settecentesca: una curiosa Madonna. Più oltre, svoltando a sinistra in via XX settembre, all’incrocio con via Regina Elena troviamo palazzo Blanco o della Zecca, sulla cui colonna angolare sono presenti curiosi riferimenti alchemici, ovvero putti, una fenice e due caratteristici mascheroni (Fig.2). Il velo alchemico del borgo inizia ad apparire. Se infatti ci spostiamo in via Salomi, al civico 12, incrociamo Palazzo Gervasi, oggi sede dell’associazione culturale Nuova Messapia. Nell’atrio, l’acquasantiera e l’iscrizione sulla porta d’ingresso “Dominus Providebit” fanno pensare alla casa di un sacerdote, ma all’interno è posto un camino datato 1588 che riporta l’epigrafe latina “Promethei Furtum Sine Dolo Servo”, ovvero, “Conservo il furto di Prometeo – il fuoco – senza danno”. Ci stiamo avvicinando al centrum alchemico del borgo. Infatti, proseguendo la nostra camminata troviamo, in via Tafuri, al civico 41, una stranissima insegna (Fig.3).

Indica la casa di Matteo Tafuri, Mago ed Alchimista Cinquecentesco (Fig.4), figura fortemente controversa. Alchimista, filosofo, astronomo, astrologo e scienziato. Nacque a Soleto nel 1452 e fu allievo del noto grecista Sergio Stiso di Zollino. Trascorse parte della vita in  Germania, Spagna e Francia, nazione dove divenne celebre come alchimista di corte. Ad un certo punto della sua vita, però, il Mago decise di tornare a Soleto dove insegnò latino, greco, letteratura, fisica e matematica. Purtroppo il borgo, proprio a causa della  sua presenza, iniziò ad attrarre aspiranti alchimisti e maghi tanto da attirare l’attenzione dell’Inquisizione che lo accusò di stregoneria ed eresia. Le sue influenze però non sono state dimenticate. Nel centro storico, presso la sua casa, una curiosa iscrizione alchemica ricorda la sua presenza

Humile So Et Humilta Me Basta. Dragon Diventaro Se Alcun Me Tasta

Matteo Tafuri rientra sicuramente tra i tanti studiosi ed alchimisti che abitarono la terra di Puglia e che, a causa delle loro conoscenze, furono legati a figure più misteriose e terribili presenti nelle leggende e nelle tradizioni folkloriche del territorio, ovveri i “màcari” cioè esperti di fatture e stregoni. Secondo alcune leggende egli aveva il potere di comandare i diavoli. Ecco così che sulla storia si innesta la leggenda. Raggiungiamo la chiesa parrocchiale, che sorge sopra una costruzione ancora più antica, di rito greco (ricordiamo che il rito greco scompare da Soleto alla fine del XVII sec.). La chiesa, vanto per il Borgo, presenta un bellissimo campanile con una incredibile guglia che Raimondello Orsini del Balzo, conte di Soleto, fece costruire nel 1397. Alta 45 m., la guglia è simbolo di Soleto e si caratterizza per la ricchezza e la fantasia delle decorazioni.

Fiori, archetti, teste e colonnine confondono la vista (Fig.5). Osservandola, la suggestione aumenta quando si viene a sapere che, secondo la tradizione popolare, fu realizzata da diavoli alati che, alla fioca luce delle torce, trasportavano e lavoravano le colonne e i fregi. A comandarli, fu proprio, secondo la leggenda, il mago Matteo Tafuri. La tradizione orale, infatti, narra che l’Alchimista decise di costruire il campanile in una notte di tempesta evocando dal regno delle tenebre un esercito di streghe, demoni e altri spiriti malefici.

…Badate bene ” ammonì…. “dovete compierlo prima che sorga l’alba; non solo, ma dovrà essere un’opera mirabile, un lavoro così fine e prezioso da stupire il mondo intero”.

 

La diabolica schiera si mise a lavorare a lume delle torce e, per ore e ore, il borgo fu funestato da un andirivieni incessante di terribili creature accompagnato da rauchi richiami, urla, sghignazzate, fischi e strepitii. Tutto quel pandemonio, com’era stabilito, cessò d’incanto all’alba, ma, se diavoli e streghe furono pronti a scomparire, non altrettanto lo furono alcuni demonietti. In quel momento essi si trovavano sulla cima del campanile, ai quattro angoli, e furono colti di sorpresa. Invano, appena si accorsero che gli altri spiriti infernali si inabissavano, tentarono anch’essi di seguirli ma ormai il sortilegio era rotto e così essi restarono lassù, trasformati in pietra, a completare con le loro figure la superba decorazione del campanile.

Insomma, magie, alchimie e….il Diavolo, questa è Soleto. Se infatti non vi siete ancora stancati, terminiamo la nostra passeggiata incontrando proprio lui, Lucifero. Raggiungiamo la chiesa di Santo Stefano (Fig.6). Simbolo della comunità grecofona di Soleto. Questa costruzione presenta, all’interno, una serie di pitture bizantine accompagnate da incisioni greche. Entrando, a sinistra dell’altare, si trova la nicchia della ‘próthesis’, dove si preparava il pane e il vino secondo il rito greco.

Siate sobri, e vigilate, digiunate e restate sempre bene in guardia, poiché il Maligno veglia nell’ombra e già si prepara a divorare la sua preda” diceva San Pietro in una sua Epistola.

Questo monito sembra quasi eccheggiare quando voltiamo lo sguardo verso gli affreschi della parte orientale. Qui infatti osserviamo un magnifico Giudizio Universale (Fig.7). Al centro l’arcangelo Michele che, negli abiti di un cavaliere angioino, divide i dannati dai beati. In basso a destra l’Inferno con Lucifero in persona. Perché tutto ciò? In un’epoca in cui la fede era spesso confusa con la superstizione, un tempo in cui i ricordi pagani erano mescolai con le credenze cristiane, come era possibile allontanare dalla strada della dannazione le incolte anime delle genti villane? In una società ove i testi sacri non erano di accessibile lettura e dove pochi imparavano a leggere, è l’immagine che diventa scrigno di tutti gli insegnamenti, il simbolo trova la sua massima espressione. Come poteva allora la Chiesa istruire i suoi fedeli contro le pene dell’inferno, come il fedele avrebbe mai potuto dubitare dell’esistenza del diavolo se la sua presenza era ovunque, tra le sculture e le vetrate delle chiese? Ecco la risposta. Tra donne nude che cavalcano pesci, viene mostrato come peccato l’accoppiamento sessuale con un diavolo appollaiato sul talamo (Fig.8) mentre un uomo viene portato sulle spalle di un demone dall’enorme pene (Fig.9). Ecco così che i nostri Avi, assaliti dal Diavolo, in tutte le sue forme, divorati dalle colpe, guardati, impauriti, avevano giusto il tempo di gettarsi in ginocchio sui gradini dell’altare, pregando e avendo timore di Dio. Ecco il perché del proliferare nelle chiese affreschi raffiguranti “Giudizi Universali”, delle “lotte dell’Arcangelo” capo delle milizie celesti contro il Draco Luciferino e altre macabre raffigurazioni. Rara raffigurazione in Puglia. Con l’avvento del Rinascimento, infatti, il diavolo sparisce pian piano dalle vetrate e dalle sculture delle chiese, la sua funzione oramai è del tutto inutile lì, insomma non è più di moda. Lo stesso San Bernardo si pone il dubbio della necessità della loro esistenza nelle case del Signore.

nei chiostri, sotto gli occhi stessi dei frati che vanno meditando, cosa mai vengono a fare questi ridicoli mostri, che significano mai queste immonde scimmie, questi leoni selvaggi, questi centauri mostruosi? Che vengono a fare, dunque, questi esseri che sono a metà bestia e a metà uomini, queste tigri screziate? Si possono vedere molti corpi sotto una sola testa ed anche molte teste sopra un solo corpo. Qua si vede un quadrupede dalla testa di serpente, là un pesce dalla testa di quadrupede, in un altro luogo ancora un animale che è cavallo sul davanti e capra sul di dietro. Se non si giunge ad arrossire per simili sciocchezze si rimpianga almeno tutta la spesa che comportano”. Insomma, una opportunità più unica che rara per ammirare un pezzo della nostra storia religiosa.

 

 

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