Misteri Pugliesi: San Gargano e i Cavalieri dell’Arcangelo

di Andrea Romanazzi

Con questo “fuoriporta” ci allontaniamo dalla provincia di Bari per indagare su uno dei siti più misteriosi e allo stesso tempo sacri di Puglia: il Santuario di san Michele Arcangelo sul Gargano, il più antico luogo di culto legato all’Arcangelo (fig.1). In queste vicende storie, leggende, miti e ipotesi si intrecciano le une con le altre. Iniziamo.

L’Apparizione ultraterrena dell’Arcangelo in quel di Puglia è piuttosto strana e prende origine dalle vicende accadute ad un possidente terriero della zona, Gargano.

“…Mentre i suoi armenti pascolavano qua e la per i fianchi dello scosceso monte, avvenne che un toro, che disprezzava la vicinanza degli altri animali, era solito andarsene da solo, al ritorno del gregge, non era tornato nella stalla. Il padrone, riunito un gran numero di servi, e cercatolo in tutti i luoghi meno accessibili, lo trova, infine, sulla sommità del monte, dinanzi ad una grotta. Mosso dall’ira perché il toro pascolava da solo, preso l’arco, cercò di colpirlo con una freccia avvelenata. Questa, ritorta dal soffio del vento, colpì quello stesso che l’aveva lanciata…[1]

L’evento apparve agli abitanti del luogo come uno strano prodigio e subito si rivolsero al Vescovo il quale chiese aiuto il Signore. Ecco che in una visione, tema comune che accompagnerà tutta la nostra ricerca, l’Arcangelo appare all’ecclesiastico “…Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini…Io sono infatti l’Arcangelo Michele che sto sempre al cospetto del Signore…ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo e i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene, patrono e custode…”[2]

Nasce in questo modo il culto di San Michele a Monte Sant’Angelo.

Una figura su cui sempre poco ci si sofferma è il possidente Gargano ed infatti, al di là dell’evento della freccia, non viene più menzionato nella leggenda. La narrazione dice che da questi deriverebbe il nome del promontorio, in realtà, però, la denominazione “Gargano” era già conosciuta in epoca classica come testimonierebbero poeti latini come Orazio e Virgilio, è dunque più probabile che il nome fosse invece un appellativo dato all’uomo che, possedendo molte terre sul monte, fosse associato allo stesso. Particolarità del racconto è l’episodio della freccia che fa di Gargano un uomo sicuramente addestrato alle armi, e del resto in un’altra occasione viene addirittura chiamato “Magister Militum” e dunque sicuramente un alto militare[3].

La seconda apparizione dell’Arcangelo avviene in concomitanza della battaglia tra napoletani e sipontini. L’evento riportato dalle leggenda narrerebbe, in realtà,  di un reale scontro avvenuto tra Bizantini Longobardi, il popolo protetto dall’Arcangelo, attorno al 650, da cui riuscì vincitore il duca longobardo Grimoaldo I.

Nella leggenda si narra che le milizie nemiche furono messe in fuga “…alcuni per le armi dei nemici, altri colpiti dalle frecce infuocate che li inseguirono fino a Napoli…” Stranamente nel racconto, però, non viene fatta menzione di Gargano, un Magister Militum che dunque, proprio per il suo elevato grado, non poteva non partecipare allo scontro, come a voler quasi sottolineare un suo strano allontanamento dalle armi.  Interessante è infine la terza apparizione dell’Arcangelo che sancisce definitivamente il culto sul promontorio “…Non è compito vostro consacrare la Basilica da me costruita. Io l’ho fatta, io l’ho fondata, io stesso l’ho consacrata. Ma voi entrate e frequentate pure questo luogo…”[4]

Dalle Rune alla Croce

Con la conquista longobarda dei territori, il Gargano e il Santuario diventano presto crocevia dei pellegrini, prima longobardi, poi cristiani che, prima di partire per le crociate, percorrevano la “via Sacra Longobardorum”, considerata al pari di quella che portava i pellegrini a Santiago di Compostela, un vero e proprio cammino spirituale. L’adozione del culto micaelico presso i longobardi fu fortemente favorita dal fatto che essi riconobbero e trasferirono in  Michele attributi e caratteristiche di Wotan, meglio noto come Odino, il supremo dio della guerra, nonché psicopompo  e protettore di eroi e guerrieri.

Le numerose epigrafi incise sulle mura del Santuario sono il ricordo indelebile di importanti pellegrini. Quasi duecento iscrizioni, infatti, attestano la presenza di fedeli all’arcangelo tra la fine del VI e la metà del IX secolo. La loro collocazione temporale è varia, brevi frasi, semplici nomi, figure geometriche, rune, croci (fig.1bis), dimostrano una provenienza sociale eterogenea. Troviamo, ad esempio, la “firma” di Romualdo I e del duca Romualdo II (Fig.2) che, con la moglie Gumperga chiedono protezione all’Arcangelo. Compaiono poi, tra le tantissime croci, 97 epigrafi di origine germanica: antroponimi goti, franchi, sassoni, alemanni (Fig.3). Tra le tante iscrizioni se ne possono ammirare alcune anche in runico, non un alfabeto vero e proprio ma un linguaggio di carattere fortemente sacrale e dottrinale che testimonia il passaggio di quelli che potremmo definire i sapienti dell’area nordica. Si tratta di nomi di quattro pellegrini angloassoni che, tra il VII e l’VIII secolo si recarono per devozione nel santuario garganico e ne vollero lasciare traccia. Troviamo così l’iscrizione di Hereberehct (fig.4), quella di di Wigfus, di Herraed ed, infine, quella di Leofwini. La presenza delle iscrizioni runiche getta luce sul legame delle popolazioni germaniche e il culto micaelico e confermano come il pellegrinaggio in Puglia fosse diventato un fenomeno europeo.

Secondo la tradizione sarà dal culto micaelico del Gargano che poi nascerà quello di  Mont Saint Michel in Francia. Infatti dlcuni frammenti delle rocce ove, secondo la leggenda, il miles divino lasciò le sue impronte furono trasportate in altri nascenti santuari come  a Cuxa, nei Pirenei, alla Sacra di San Michele in Val di Susa e in Normandia presso quello che diverrà, appunto, Mont Saint Michel. Ancora alla fine del Medioevo il santuario francese era noto come  “Mont Gargan”, causa proprio la provenienza delle “reliquie”. Insomma esiste una linea che unisce questi luoghi non solo alla figura dell’Arcangelo ma a questo eroe mitizzato Gargano?

 

E’ nella penombra che risuonano ancora, riportate in una iscrizione, le parole del Magister Militum delle Milizie Celesti “…ubi saxa pandutur, ibi peccata hominum dimittur, haec est domus specialis, in qua quaeque  noxialis actio diluitur/  qui dove le rocce si aprono  vengono rimessi i peccati degli uomini questa e’ la dimora speciale nella quale le colpe vengono lavate…”.

Sembrerebbe così trasparire tracce dell’antico culto betilico, le pietre sacre all’Arcangelo che allontaneranno la peste del 1656 “…chiunque con divozione adroprerà i sassi della mia basilica nelle case, città e luoghi si partirà diliguata la peste…”. In una commistione tra sacro e profano sarà così che le pietre della grotta, iniziano ad esser considerate reliquie, venivano usate per consacrare altari e chiese dedicate a San Michele, o poste a dosso come elementi magico-religiosi contro i mali del corpo e dell’anima. Nel museo della Basilica  si possono ancora notare i piatti settecenteschi che servivano per trasportare le pietre sacre mentre l’Alberti rileva l’usanza di appendere le pietre che i pellegrini portavano sulle spalle per penitenza come metafora dei loro peccati ai rami degli alberi del boschetto sito accanto alla grotta. Dunque il Monte, successivamente consacrato al culto di San Michele doveva essere già sacro nell’antichità, caratterizzata da culti dedicati a Calcante e a Podalirio, figlio di Asclepio, e sicuramente anche ad antiche divinità matriarcali come testimonierebbe il culto del toro e la sua associazione alla grotta: il mistico grembo della Mater. Da analisi archeologiche troviamo nel Santuario un nucleo pre-longobardo dove molte sono le iscrizioni ritrovate tra cui l’enigmatica

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[1] Liber de apparitione sancti Michaelis in Monte Gargano( Apparitio) da “L’angelo, la Montagna, il Pellegrino, Guida alla mostra documentaria “Monte Sant’Angelo e il santuario di San Michele del Gargano dalle origini ai nostri giorni”.

[2] Ibidem

[3] S. Gatta, Gargano, Galgano, Galvano ed altri, Vecchierelli Editore, 1997

[4] Ib.

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