Antico Almanacco: La domenica delle Palme

La festività delle “Palme” si festeggia la domenica che precede la Pasqua. In questo giorno si ricorda il trionfale Ingresso a Gerusalemme di Gesù, in sella a un asino e osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma. In ricordo di questo evento la liturgia della Domenica prevede la benedizione dei rami di ulivo o di palma che sono portati dai fedeli e che poi saranno scambiati tra le famiglie.In alcune regioni, si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

Tali, però, tali fronde assumono un valore magico-religioso e vengono conservate tutto l’anno per preservare dai rischi di malattie e disgrazie. Ne “Don Dialetto” (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese) si legge “…I credenti, soprattutto donne, bruciavano la palma benedetta in modo che la cenere fosse messa sul capo con l’intento penitenziale. Le ragazze nubili “le vacadìne”, rincasando si affrettavano a porre sulla brace accesa, la foglia più bella della loro palma recitando per tre volte i seguenti versi: “Palma benedètte, ca vìine na vold’o u-ànne. Dimme: agghi-avè nu madremònie agguànne?” (Palma benedetta, che vieni una volta l’anno. Dimmi: mi sposerò nel presente anno?). La foglia, se bruciava regolarmente, voleva dire no. Se, invece, scoppiettava e saltellava la risposta era affermativa.

I contadini mettevano la palma benedetta sulle torri dei loro fondi rustici o le piantavano nei poderi perché così facendo credevano di allontanare le alluvioni, le grandini e altre avversità. Altri le ponevano sui pagliai per augurarsi un buon raccolto. I rami d’ulivo e le palme dell’anno precedente erano bruciati recitando preghiere: Padre Nostro e Ave Maria. C’era anche un pregiudizio che se per volontà o distrazione si distruggeva la palma benedetta, il terreno coltivato doveva essere devastato dalla grandine, da tempeste e da altri malanni.

Altro uso e importanza che si dava alla palma era quando si cambiava residenza. Occupata la nuova abitazione, veniva appesa dietro la porta d’ingresso contro l’invidia del vicinato. Un’altra credenza era di metterla a capo del proprio letto e vicino ai quadri o figure di santi contro la iettatura.
La palma benedetta era donata in modo particolare a qualcuno con il quale si era “state arragàte” (in collera) e il gesto non poteva essere rifiutato perché l’offerta della palma era il simbolo di una nuova conciliazione quindi al gesto si rispondeva con un abbraccio e un bacio in segno di pace duratura. Piacevole era, quando si notavano due ragazzini scambiarsi una crocetta di palma o un ramoscello d’ulivo e, dopo, ognuno dava all’altro il mignolo della mano destra e all’intrecciarsi delle dita, recitavano il seguente detto: «Pace, pace di Gesù, non lo faccio più». Alla pronuncia del detto seguiva un bacio sulle guance e la pace era conclusa.

Tra fidanzati ufficialmente la palma significa eterno amore. Il futuro sposo di un tempo, comprava alla sua futura anima gemella, la più bella palma e la ornava di fiorellini colorati o con piccoli coralli dorati o inargentati oppure “che le fettùcce” (con nastri colorati) arricchendola con un regalo d’impegno: “u-anìidde d’ore” (l’anello d’oro) o “nu bracciàle” (bracciale) o “nu pare de recchìine” (un paio d’orecchini) o “u brellòque” (ciondolo con vetrini per poter contenere un ciuffo di capelli dell’amato bene).

Sulla palma si sono scritti anche sonetti popolari contro l’invidia e il male come quello di Alfredo Giovine: “Palma bbèlla benedètte / Palma de la bbona nove / Palme de scarcèdde e iòve / Cacce u ddiàuue a ddò stà ccove” (Palma bella benedetta / Palma della buona sorte / Palma di “scarcella” e uova / Caccia il diavolo dove cova). Tradizioni magiche sono presenti anche in Sicilia. Il Pitrè ci descrive uno scongiuro contro il Malocchio attraverso una fumigazione o “pirfùmu”, che consiste nel mettere su una tegola in cotto foglie d’arancio, rosmarino, pezzetti di palma e foglioline d’olivo benedetti nella Domenica delle Palme. Sulle erbe si mettono carboncini accesi, e appena esse cominciano a bruciare e si leva il fumo si recita il Credo. Sulla tegola il paziente deve tenere le mani in “cruci e nuci”, cioè in croce (incrociate) sulla tegola, e recitare uno dei due Scongiuri in siciliano contro il Malocchio:

“Nostru Signuri di Roma vinia,
‘na palma d’oliva a li manu tinia,
supra l’altaru la benedicia,
scippava l’occhi a cu mali facia:
cu tri pani e cu tri pisci
Nostru Signuri m’abbunnisci.”

Traduzione:

“Nostro Signore da Roma veniva,
una palma d’olivo nelle mani teneva,
sopra l’altare la benediceva,
cavava gli occhi a chi male faceva:
con tre pani e con tre pesci
Nostro Signore mi dà abbondanza.”

Chiudiamo con la solita ricetta. Il popolo barese, rispetta ancora la tradizione di mangiare a pranzo solo pesce la Domenica delle Palme. Per la maggiore vanno “La Làneche che le sècce chiène” (Fettuccine con le seppie ripiene). Si mette del pane raffermo in una ciotola assieme ad un bicchiere di latte e lasciamolo in ammollo per una decina di minuti. Successivamente si aggiunge prezzemolo e aglio tritati, un pizzico di sale ed una macinata di pepe nero, un uovo, del pecorino, e due cucchiai circa di pangrattato. Con questo ripieno si riempiono le seppie che poi vanno chiuse con uno stecchino. Fatte rosolare per pochi minuti, si aggiungono i pomodori datterini e una tazzina di acqua. Si fa cuocere il tutto a fiamma lenta per circa 40 minuti.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...