La Tradizione del “Maggio” e le divinità vegetazionali in Basilicata

di Andrea Romanazzi

Un Elemento che permea l’intero substrato della cultura e delle tradizioni popolari d’Europa è la presenza dello spirito arboreo, espressione successiva di divinità pagane presente ancora oggi in quella cultura “subalterna” contadina e mai dimenticata. Tra le sue numerose manifestazioni questi si presenta ancora oggi tra le pieghe di un rito molto antico, la festa del Maggio, espressione popolare di una figura che, nell’evoluzione della religione, dall’Animismo al Cristianesimo, ancora resiste alle spire del tempo e alla successione delle religioni. Varie sono le ipotesi sull’origine etimologica del nome “Maggio”, per alcuni studiosi esso scaturisce da una antica dea della fecondità, Maja. In questo periodo, infatti si tenevano delle feste, chiamate Majume, durante le quali si compivano riti orgiastici e, proprio a causa del loro carattere di deboscia, proibite dall’Imperatore Costantino. Questi rituali, però, compiuti nel bacino del Mediterraneo da tempo immemore e connessi alla fertilità, non erano facili da sradicare e così con una operazione sincretica il Cristianesimo sostituì alle feste di Majume la “giornata delle rose”.

Per altri invece il termine deriverebbe dal mese stesso in cui questa festa si celebrerebbe. Questa coinciderebbe con quella di Beltane, termine che a sua volta proverrebbe da “bel”, cioè “brillante”, espressione forse legata ai numerosi falò che si accendevano in questa data, o da un antico dio gallese della pastorizia conosciuto come Belinos, o “grande albero sacro”, denominazione che già ci suggerisce quello stretto rapporto tra la divinità, l’elemento arboreo e il Maggio che esamineremo in seguito. il Frazer nel suo libro “Il ramo d’oro” descrive tantissime tradizioni europee nelle quali usanza più diffusa era quella di portare al villaggio un enorme albero per poi adornarlo con i frutti della terra, animali e piante, come ringraziamento alla divinità ma anche come gesto basato sul concetto di magia simpatica per il quale “il simile produce il simile”: L’esporre frutti e vivande altro non era così che un modo per propiziare fertilità e abbondanza. Queste tradizioni erano già presenti nei “floralia” che si tenevano nell’antica Roma durante le Calende di Maggio,  quando, dopo canti e balli, si propiziava la fertilità con rituali a sfondo orgiastico, usanze che ancora ritroviamo nell’Inghilterra del 1500 e che tanto facevano scandalizzare i Puritani. Altra tradizione, sempre in tema di “accoppiamento” era poi la presenza di un Re e una Regina del Maggio, idea sicuramente successiva a quella arborea ma che ben ricorda i rituali di accoppiamento che si tenevano in quei periodi. Con l’avvento del Cristianesimo, questi rituali, dopo un iniziale condanna per il loro richiamo pagano, a causa del loro forte radicamento nella tradizione popolare, furono trasformati e legati ai Santi della nuova religione come al San Jack in Green inglese o al San Giorgio, definito “il verde” degli slavi. Nascono così leggende su santi come San Waast o il Beato Giacomo che, piantando il loro bastone nel terreno lo avevano trasformato in un grande albero, un modo per rendere cristiani luoghi e culti pagani. In Italia feste del Maggio le troviamo diffuse in tutta la penisola, nel bresciano, e in particolare a Ponte Nova, in Val Seriana, vi è la tradizione di portare nel centro del paese un abete che viene addobbato con frutta e fiori dalle fanciulle e portarlo sul monte vicino ove resterà fino a Giugno allorquando verrà arso. A Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, invece, tradizione vuole che il primo Maggio vengono tagliati due enormi pioppi che poi sono legati creando un altissimo palo alzato nella piazza del paese. Molto suggestive sono le feste del Maggio lucano che tramandano una serie di rituali assorbiti dalla dominazione longobarda. Particolarmente note sono le feste di Oliveto Lucano, Pietrapertosa, Castelmezzano e Accettura, ove la tradizione vuole che dal bosco di Gallipoli venga tagliata la “cima”, un agrifoglio, simbolo dell’elemento femminile, che poi sarà trasportato nel paese e posto sulla testa del maggio, simbolo priapico maschile. Su di questo vengono successivamente posizionati bigliettini augurali, mentre nel passato venivano appesi animali vivi e frutti, in modo da creare un vero e proprio albero della cuccagna. Elementi caratteristici che attraversano trasversalmente queste tradizioni sono dunque il rituale di accoppiamento, espressione della natura fecondatrice della tradizione, e l’associazione dell’albero con l’elemento maschile. Per capire però cosa si nasconde realmente dietro tutto questo, e per risvegliare i sopiti ricordi di un culto mai scomparso, dobbiamo fare un salto nel passato alla ricerca dei rituali di accoppiamento tra la Grande Madre e il suo Compagno.

La Divinità Vegetazionale Archetipo della Tradizione arborea

L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e raccoglitore dunque la sua vita è strettamente correlata a quei cicli naturali per i quali da sempre ha mostrato interesse, conoscere i loro segreti non significa dominare la natura ma esserne parte integrante, entrare in perfetta sintonia con la Grande Madre e crescere prosperando con lei. All’inizio è il bosco  con i suoi frutti a dare sostentamento al primitivo che, proprio per questo, vede in esso e negli stessi animali che vi abitano una sorta di divinità androgina e immanente che lo governa. Successivamente nel Neolitico le popolazioni mediterranee, dedite alla caccia, entrano in contatto con popoli asiatico-orientali già agricoltori. Avviene così una grande trasformazione culturale, l’uomo comincia a produrre frutti e ortaggi e intuisce che la terra non è sempre fertile, ma lo diventa solo quando è resa tale da quello che poi sarà definito il principio maschile. E’ in questo momento che la divinità androgina si sdoppia in una maschile e in una femminile. In tutte le culture il culto del Compagno della Dea è caratterizzato da due elementi comuni, il ciclo di morte e resurrezione, basti pensare al dio pastore mesopotamico Dumuzi o ad Attis, e lo stretto legame tra il dio e l’elemento arboreo, tracce di quel ricordo che lega l’elemento maschile alla vegetazione, ma andiamo con ordine. In quasi tutte le mitologie è la divinità maschile a subire un ciclo di morte e di resurrezione che da sempre è stato associato al sole. In realtà per spiegare questi cicli di morte semestrale, l’idea solare è una forzatura scarsamente applicabile perché, anche se effettivamente esso subisce un indebolimento durante il periodo invernale non subisce una vera e propria morte, idea smentita ogni giorno dal suo risorgere. Tra i fenomeni naturali, invece, non vi è uno come quello della morte e della resurrezione che più si avvicina alla sparizione e alla ricomparsa della vegetazione. Se dunque ipotizziamo che la “comparsa” del Dio sia in qualche modo successiva all’Androgino e legata all’agricoltura, si potrebbe così pensare che alla base del ciclo di morte e resurrezione sia in realtà il ciclo naturale dei campi, con la loro semina, crescita e morte. Anche la fine sempre violenta del Dio potrebbe così essere messa in relazione con la “distruzione” da parte dell’uomo dei prodotti dei campi, falciati, battuti e poi ridotti in polvere. Il dio è così un dio vegetazionale, come poi sottolineato dal suo stretto legame con l’albero. L’elemento arboreo infatti è sempre presente nel mito del Dio, Tammuz, ad esempio, il giovane eroe amato da Persefone, nasce da una corteccia d’albero nella quale era stata trasformata sua madre Mirra, Attis, viene trasformato da Cibele in un pino, il dio siriano Baal è raffigurato come dendroforo, “il portatore dell’albero” e l’elenco potrebbe continuare per molte pagine. Questa idea è anche presente nell’antico Egitto ove, sulla cassa entro la quale vengono racchiusi i resti di Osiride, cresce un albero di Melograno, poi, rappresentato dallo zed, antichissimo disegno per tradizione associato al suo culto, ma, in realtà,  molto più antico, dato che si trova raffigurato anche in tombe del  periodo predinastico, mentre il nome del dio non lo troviamo prima della  V° dinastia. L’albero cresciuto sulla cassa costruita da Tifone è dunque un simbolo di resurrezione, spesso rappresentato nei sarcofagi, proprio con il compito di riportare in “vita” il defunto. Interessante è leggere in questa ottica un’altra tradizione “arborea” , quella che il Frazer ci descrive nel suo Ramo d’Oro “…Sulle sponde settentrionali del lago [ di Nemi, N.d.A.] si erigeva il bosco sacro e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del Bosco…In questo bosco sacro cresceva un albero attorno a cui e probabile vedere, anche a notte inoltrata, una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno…Quest’uomo era un sacerdote e quando un nuovo individuo voleva occupare il suo posto per prendere il sacerdozio doveva uccidere il suo predecessore…non prima però di aver strappato un ramo dal succitato albero…”. Lo studioso poi aggiunge che “…La strana regola non ha alcun riscontro in tutta l’antichità classica e non si può spiegare per mezzo di essa…”. In realtà se guardiamo la tradizione del sacerdote o re del bosco nell’ottica del culto degli alberi potremmo facilmente affermare che è sicuramente questo l’archetipo del sacerdote di Nemi, la cui vita, sempre spezzata da morte violenta, era legata ad un albero.

L’Evoluzione Della Tradizione Del Maggio

Come abbiamo visto vi è così una personificazione del dio nell’albero, idea che ancora oggi troviamo nell’usanza in molti paesi di sposare le donne agli alberi ai quali si conferisce, proprio come fossero divinità,  il potere di renderle feconde. Tradizioni ove ancora oggi si conserva il ricordo del dio-albero le troviamo in diversi paesi europei come la Russia, la Slovenia e l’Inghilterra e che si ripropone proprio nel folklore popolare della tradizione del Maggio. Cerchiamo ora di dare una interpretazione agli stessi e di capire il legame tra l’albero, lo spirito silvano e le sue evoluzioni nelle credenze e religioni popolari. All’inizio la divinità è vista e concepita come immanente, essa permea tutto ciò che circonda il selvaggio, in una visione fortemente animista la vegetazione, l’animale, il cielo, sono espressione della divinità. Successivamente, con il passaggio dall’animismo al politeismo, una nuova idea si fa largo nella mente del primitivo, l’albero non viene più visto come divinità ma come sua dimora, lo spirito arboreo invece di essere considerato l’anima di ogni albero, diventa la divinità della foresta.

In quest’ottica l’usanza del Maggio di tagliare e trasportare al villaggio l’albero è un modo per portare nella propria dimora una parte dello spirito che ivi risiede e di farlo diffondere tra la gente assicurando fertilità e prosperità. In seguito allo spirito arboreo viene associato un aspetto antropico, anche a causa della semplicità da parte del selvaggio di associare ad una divinità sembianze umane. Iniziano così a nascere figure di divinità silvane quali Priapo e Pan, spesso rappresentati con un volto umano e con attributi agresti, come il bastone usato per spaventare gli uccelli, la falce per potare gli alberi e sulla testa foglie d’alloro e spesso con un enorme fallo, o come nel caso di Pan, addirittura  dotato di uno doppio, simbolo proprio della sua natura vivificatrice e fecondatrice. Da questa successiva rappresentazione antropomorfa nascono una serie di tradizioni ancora oggi espletate durante le feste del Maggio, così lo spirito silvano viene personificato anche da bambole e pupazzi che vengono posti vicino alla vegetazione o arsi negli stessi falò non con la successiva idea cristiana di purificazione dal male, ma per quella insita nel concetto di divinità della natura che deve morire per poter rinascere. L’evoluzione della antropizzazione dello spirito arboreo però prosegue e da fantoccio di paglia, simulacro del dio, acquista vere e proprie sembianze umane. Ecco così che dal rogo del fantoccio o del simulacro si passa all’uomo e in particolare allo straniero che si trovava di passaggio nella zona e che, rappresentando la divinità, doveva morire per poter assicurare la rinascita dei campi. Proprio a sottolineare la similitudine  tra la divinità e l’uomo troviamo ancora nel mito e nelle tradizioni popolari alcune tracce come  nella narrazione che parla del re Litierse, imponente mietitore. Quando qualche straniero passava per le sue terre egli lo sfamava e dissetava per poi costringerlo a farlo mietere con lui e se questi, come accadeva sempre, avesse finito per ultimo, lo legava nell’ultimo covone e gli tagliava la testa con la falce.

Da qui nascono le tradizioni che parlano di “padre” o di “re e regina” del Maggio o delle gare che si compivano durante le feste, tipo l’arrampicata sull’albero della cuccagna, per designare il sovrano dei Maggi, o ancora l’usanza di fanciulle vestite a festa, proprio a rappresentare la “cima”, che giravan tra le case a propiziare il nuovo avvento della prosperità: ”…Rosellina di Maggio gira tre volte: Miriamola da tutti i lati, osa di Maggio vieni dal bosco verde: c i rallegreremo tutti. Così andiamo dal Maggio alle rose…”.

 In realtà, però, la figura dello spirito silvano è ancora molto astratta come si può notare dalle genericità dei nomi come il “re del Maggio” e così, con l’avvento della religione Cristiana, l’evoluzione della divinità arborea è soggetta ad un’ultima evoluzione che porterà ad una ben precisa individuazione della stessa. La difficoltà da parte degli esponenti della Chiesa di allontanare le popolazioni contadine da questi rituali pagani costrinse gli stessi ad “inglobare” queste tradizioni e ad integrarle nelle nuova religione, ecco così che da nomi e cariche astratte lo spirito silvano diventa il Santo cristiano, il San Giorgio Verde degli slavi, il San Giuliano di Acettura o il San pellegrino di Perugia, nomi differenti per celare quello che ancora oggi queste tradizioni nascondono: il culto degli alberi e dello spirito arboreo.

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