Il Mistero dei “Pietrificatori” Italiani (Parte – 3 – tra Torino e Salò)

Giuseppe Paravicini il pietrificatore dei “pazzi”

Su per giù nello stesso periodo giunse alle cronache il lavoro di Giuseppe Paravicini. Nato a Torino il 10 luglio 1871 si laureò in medicina il 3 luglio 1900 a Pavia. Lavorò come medico presso l’istituto di Anatomia Patologica del manicomio di Mombello dove prima ricoprì la carica di anatomista, e successivamente ne divenne direttore amministrativo.

Era affascinato dal pensiero Lombrosiano e alle sue teorie sull’antropologia criminale, ovvero di come la degenerazione del delinquente fosse in diretto rapporto con le sue anomalie fisiche che rivelavano nei caratteri somatici la sua degenerazione morale. Cercò così di applicare le tecniche di Gorini, per la conservazione dei cadaveri e di parti anatomiche dei degenti che morivano nel suo nosocomio in particolare focalizzandosi su coloro che presentavano importanti malattie mentali o deformità come nel caso di un affetto da acromegalia, ovvero una malattia caratterizzata da progressivo ingrossamento delle ossa acrali, dalle labbra, delle mani (Fig.14). Tra i suoi lavori spiccano due salme femminili intere (15-16) e due busti femminili di donne affette da demenza senile ed epilessia nonché come ci narra lui stesso “…una bella serie di encefali di idioti, epilettici, paralitici, dementi precoci, dementi senili, alcoolisti […] intestini con ulcere tifose e tubercolari […] polmoni […] con vaste caverne, fegati affetti da cirrosi atrofica, ipertrofica, da sarcomi e noduli cancerigni, una milza sarcomatosa di eccezionali dimensioni, reni con neoplasmi, cisti, ecc.“. Scriveva il dott. Alberto Carli: “le opere di Paravicini appaiono al tatto più morbide e umide di quelle goriniane, che dimostrano, invece, un eccezionale stato di secchezza lignea.” Paravicini, insomma, aveva superato il suo maestro tanto da iniziare a far girare curiose maldicenze, ovvero che eseguisse le mummificazioni mentre il soggetto era ancora in vita. Cosa non impossibile per l’epoca, si trattava infatti, di sperimentazioni su persone socialmente inutili, degenti del manicomio, ma che comunque crearono un’aura di imbarazzo e disgusto attorno al medico che, tra l’altro, non volle mai rivelare il suo metodo e che, come i suoi predecessori portò nella tomba. Probabilmente, comunque, utilizzava iniezioni a base di formolo, alcol e glicerina, come testimoniato dal direttore prof. Antonio Allegranza dell’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini che sosteneva di aver visto la pompa con cui presumibilmente iniettava il preparato. Del resto sui due corpi interi sono visibili delle incisioni dalle quali era possibile iniettare le sostanze. All’apice del successo gli fu chiesto anche di pietrificare il corpo del cardinale Carlo Andrea Ferrari ma con scarsi risultati. Oggi questi corpi sono visibili all’interno dell’Ospedale Vecchio di Lodi, nelle sale adiacenti alla collezione Gorini.

Giovan Battista Rini: il Pietrificatore di Salò

Se su Gorini si sono gettati fiumi di inchiostro, più avvolta nel mistero è la figura di Giovan Battista Rini (Fig.17), di cui si sono analizzati i preparati solo a partire dalla seconda decade degli anni duemila.

Si tratta di una figura controversa e dalle scarse informazioni bibliografiche. Sappiamo che nacque a Salò il 17 febbraio 1795. Divenne aiuto del celebre anatomista Bartolomeo Panizza, con il quale collaborava, tra l’altro, nella preparazione di evidenze anatomiche a scopo didattico. Divenne poi medico  all’Ospedale Maggiore di Milano. Come detto iniziò ad occuparsi della “pietrificazione” realizzando circa 39 prodotti anatomici così perfetti che gli valsero, nel 1870, la medaglia d’oro dell’Ateneo di Brescia. Particolarmente note furono le sue tre teste, complete persino di capelli, basette, barba e sopracciglia (Fig.18) e degli organi interni  come ugola, epiglottide e lingua. Oltre ai cosiddetti “pietrificati”, la collezione di Rini consta di alcuni preparati “a corrosione”, privati cioè dei tessuti cutanei e sottocutanei al fine di porre in evidenza i dettagli anatomici.

Anche in questo caso non si conosce il metodo di consolidamento utilizzato, secondo recenti studi radiologici, una sorta di tecnica di iniezione con un fluido di differente densità a seconda della zona trattata a base di metalli pesanti, come l’arsenico e il mercurio, per rendere la pelle più spessa e resistente, come si è potuto desumere da alcuni documenti d’archivio compilati dal medico nonché da recenti esami forensi. Prima conservati nel Palazzo Fantoni di Salò, e successivamente a Desenzano, presso il Servizio di Radiodiagnostica, dal giugno 2015 sono conservati presso il Museo di Salò. Secondo Dario Piombino-Mascali, antropologo specializzato in mummiologia, “Da un punto di vista storico-medico, le cosiddette “mummie di Salò” sono reperti di estrema importanza perché forniscono una testimonianza preziosa di come venivano effettuate le preparazioni anatomiche a scopo didattico e illustrativo, in un momento storico in cui la conoscenza del corpo umano era basata sulla dissezione dei cadaveri. La collezione permette di osservare una fase cruciale, di passaggio, della scienza anatomica: un ponte tra il passato e il giorno d’oggi, epoca di autopsie virtuali e modelli anatomici”. Certamente ancora oggi fanno scalpore visto che sono stati oggetto di pubblicazioni su riviste come il National Geographic e Science.

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