Orsara di Puglia: Dalla processione dei morti a “dolcetto o scherzetto”

di Andrea Romanazzi

Dal XI secolo moltissimi sono i racconti popolari e i testi letterari che parlano dell’apparizione di una strana processione di defunti. Lungo le buie vie che conducevano le contadine del sud nei campi da lavoro, capitava loro spesso di vedere una chiesa aperta e illuminata e all’interno anime dannate che allontanano subito le viandante o le comunicano un messaggio per il mondo dei vivi.

 “…una volta un forese [abitante del paese di Forenza, in Lucania N.d.A] commise con il suo padrone di andar ad attingere acqua ad una fontana lontano dal paese…il forese si mise in cammino ma giunto nei pressi della fontana di Tromacchio vide quattro persone che portavano a spalla una bara…decise di andare alla fontana di spando ma anche qui il cammino era sbarrato dai quattro…allora gli venne incontro un sacerdote morto da qualche tempo che lo prese per mano e gli disse “queste scommesse non le devi fare…”. In tutto il sud Italia pullulano storie di donne che, mentre raccoglievano l’acqua, nel riflesso del catino, scorgevano strane processioni tra le quali individuavano alcuni loro defunti. Anche in questo caso le “visioni” sono accomunate da un particolare. Queste avvengono solo in particolari momenti della vita dell’individuo o in particolari periodi dell’anno, spesso coincidenti con festività agrarie, come ad esempio la Festa di Onnissanti o la notte di San Giovanni. E’ certamente da tali ricordi che nascono le usanze moderne del “trick or treak” messe in atto da schiere di ragazzini mascherati da esseri demoniaci o semplicemente da strane creature animalesche, che girano per le città chiedendo dolcetti e cibo. E’ in questo scenario che si inserisce la tradizione dei fuochi di Orsara, che si celebra ogni anno nella notte tra il primo novembre, giorno di ognissanti, e il 2 novembre, ricorrenza dei defunti. Si tratta di una festa antichissima. La tradizione popolare vuole che in questa notte le anime dei defunti del Purgatorio ritornino ai loro luoghi di nascita in cerca di preghiere dai parte dei loro familiari e, in processione, cercano di trovare la pace. Per vederli basterebbe posizionare una bacinella colma di acqua fuori dalla porta della casa e qui, riflessa, apparirebbe questa misteriosa processione. In concomitanza con questa ricorrenza nota come “Fucacoste e Cocce Priatorje”, ovvero “falò e teste del Purgatorio”, vengono accesi molteplici fuochi.

Il fuoco era certamente un modo per stare insieme e riunirsi, ma anche per riscaldare le anime del Purgatorio. Tutto il vicinato partecipa contribuendo con un pezzo di legno per fare il falò, rigorosamente di sambuco, perché la sua fiamma si sviluppa più velocemente verso l’alto. Viene poi preparato del cibo, cotto su tali falò che ricorda l’idea del refrigerium, il banchetto funebre che si usava fare sulla tomba dei defunti.


Era usanza, in passato, offrire sulle tombe  del pane, sia come nutrimento che come simbolo di rinascita del morto nella sua novella vita. Anche i greci e i latini commemoravano i propri morti con offerte votive di cibo e vini sulle tombe proprio per placare le anime, mentre i babilonesi e gli assiri seppellivano vasi di miele. Che il cibo reale fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi testi come il “De Masticazione Mortuorum in Tumulis” di Michel Raufft o la “Dissertatio Historico-Philosophica de Masticatione Mortorum” di Philip Rohr. Qui si descriveva come il morto, le cui scorte alimentari erano insufficienti, iniziava a nutrirsi masticando il sudario e le sue stesse carni. ”.

Sant’Agostino invece parla “del costume dei Cristiani di portar su per i sepolcri della carne e del vino con cui si facevan i pranzi di devozione” giustificando, ma non assecondando, questa tradizione pagana facendola basare sul libro di Tobia “mettete il vostro pane e il vostro vino sulla sepoltura del giusto e guardativi di mangiarne e di bere in compagnia dè peccatori”.

Anche il pane “pro anima” tipico dell’area campana avrebbe una funzione simile. Successivamente il fuoco viene lasciato consumare perché la tradizione vuole che le anime del Purgatorio prendano un pugno di queste ceneri per alleviare il loro percorso verso il paradiso. Per indicare che quello era un falò loro dedicato avvenivano poste delle zucche intagliate in modo da raffigurare sembianze umane e accogliere al loro interno dei lumini.

Secondo un’altra interpretazione la luce che si pone all’interno della zucca, sempre secondo la credenza, serve ad indicare ai defunti il giusto cammino per ritrovare la propria abitazione. Unica accortezza, i bambini e gli adulti, ammaliati dal fuoco e dai racconti intrisi di fatti inspiegabili leggende e misteri, dovevano andare a letto prima della mezzanotte in modo che non ci fosse commissione tra il mondo dei vivi e dei morti, ma non prima di aver degustato la Muscitaglija, un dolce tipico fatto con il grano bollito e condito con noci e vincotto. 

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