La Dea Madre e i Culti Agrari: Il Mistico Covone e la Vergine

di Andrea Romanazzi

 Per cercare così di addentrarci più approfonditamente in questo aspetto del culto e capire le evoluzioni che ha subito nel tempo, dovremo esaminare il folklore e le tradizioni popolari-contadine legate alla mietitura e alla fertilità agreste. Sarà qui che, tra falci e antichi riti, si nasconde ancora lo spirito della Dea.

In moltissimi paesi vi è l’usanza di chiamare l’ultimo covone mietuto proprio “Madre del grano” o “Cerere” esso rappresenterebbe, nell’immaginario popolare, quello che rimane della divinità che dimora nei cereali. Sicuramente questa pratica è molto antica e strettamente correlata a rituali di fertilità, come si nota dallo “speciale trattamento” riservato al covone, non era utilizzato come tutti gli altri ma veniva riservato alle vacche gravide proprio per assicurare loro fertilità o alle stesse donne che si dovevano garantire un parto felice.

Il Frazer[1] ha effettuato una ricerca sui nomi e i rituali ai quali il covone era soggetto nei paesi europei, in Germania, ad esempio, se ne faceva una bambola detta “Madre del Grano”, lo stesso presso gli Slavi, ove era chiamata Madre del orzo e ancora in Scozia la “Vecchia del Grano”.

Il termine spesso utilizzato è “vecchia”, nome che appunto ci da una idea della madre Demetra in contrasto con la giovane vergine Persefone, e che ritroveremo nelle tradizioni italiane. L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e raccoglitore dunque la sua vita è strettamente correlata a quei cicli naturali per i quali da sempre ha mostrato interesse, conoscere i loro segreti non significa dominare la natura ma esserne parte integrante, entrare in perfetta sintonia con la Grande Madre e crescere prosperando con lei. All’inizio è il bosco  con i suoi frutti a dare sostentamento al primitivo che, proprio per questo, vede in esso e negli stessi animali che vi abitano una sorta di divinità androgina e immanente che lo governa. Successivamente nel Neolitico le popolazioni mediterranee, dedite alla caccia, entrano in contatto con popoli asiatico-orientali già agricoltori. Avviene così una grande trasformazione culturale, l’uomo comincia a produrre frutti e ortaggi e intuisce che la terra non è sempre fertile, ma lo diventa solo quando è resa tale da quello che poi sarà definito il principio maschile. E’ in questo momento che la divinità androgina si sdoppia in una maschile e in una femminile. In tutte le culture il culto del Compagno della Dea è caratterizzato da due elementi comuni, il ciclo di morte e resurrezione, basti pensare al dio pastore mesopotamico Dumuzi o ad Attis, e lo stretto legame tra il dio e l’elemento arboreo, tracce di quel ricordo che lega l’elemento maschile alla vegetazione, ma andiamo con ordine. In quasi tutte le mitologie è la divinità maschile a subire un ciclo di morte e di resurrezione che da sempre è stato associato al sole. In realtà per spiegare questi cicli di morte semestrale, l’idea solare è una forzatura scarsamente applicabile perché, anche se effettivamente esso subisce un indebolimento durante il periodo invernale non subisce una vera e propria morte, idea smentita ogni giorno dal suo risorgere. Tra i fenomeni naturali, invece, non vi è uno come quello della morte e della resurrezione che più si avvicina alla sparizione e alla ricomparsa della vegetazione. Se dunque ipotizziamo che la “comparsa” del Dio sia in qualche modo successiva all’Androgino e legata all’agricoltura, si potrebbe così pensare che alla base del ciclo di morte e resurrezione sia in realtà il ciclo naturale dei campi, con la loro semina, crescita e morte. Non è facile definire delle “regole” e così spesso è la stessa dea ad essere sacrificata. Spesso la Madre del grano era rappresentata dal gallo, altro animale sacro alla dea, sempre il Frazer[2] ci descrive come in molti paesi, ad esempio, era usanza nascondere un gallo nell’ultimo covone e il mietitore che lo riusciva ad alzare aveva il diritto di tenersi l’animale o ancora di portare davanti al carro delle messi la raffigurazione di quest’ultimo, fino all’usanza più cruenta di attaccare un gallo vivo ad una ghirlanda di fiori posta poi sul capo della donna che comandava le mietitrici durante la raccolta nei campi. Anche in questo caso l’animale altro non sarebbe che trasposizione immanente della dea e la sua morte, metafora di quella del grano, che ad altro non serviva che a propiziare una nuova rinascita dei campi. Queste tradizioni sono ancora presenti in molte regioni d’Italia, in Piemonte, ad esempio, il gallo, era sostituito con la quaglia alla quale si dava una spasmodica caccia tra i campi coltivati e la tradizione voleva che quando un contadino finiva di mietere il suo campo “mandava la quaglia” in quello vicino fino alla fine della mietitura del villaggio.

Tradizione simile è presente a A Tonca, ove l’ultima domenica di Carnevale gli abitanti “…Ingrassano un tacchino e l’ultima domenica di Carnevale gli fanno la festa… ammazzandolo…il tacchino viene portato solennemente in piazza sopra un carro adorno di frasche, trainato dalle tre migliori coppie di buoi del paese…Il pitu viene legato con la testa penzoloni al palo appositamente eretto, ed al segnale convenuto, ad uno ad uno, i cavalieri che si sono assembrati allo sbocco della piazza, prendono la rincorsa, galoppando si avvicinano al palo, menano un gran colpo di bastone sul collo del povero animale…”[3] ed in Puglia.

Anche in questo caso il rituale che ha luogo nel borgo di Palo del Colle, è celebrato il martedì grasso. Nel Corso del paese viene tesa una corda a cui viene appeso un tacchino e una vescica d’acqua che deve essere ripetutamente colpita da unomini a cavallo.

Il sacrificio del gallo non è l’unico esempio di rappresentazione della morte del dio sotto forma animale, tradizioni simili le ritroviamo riguardanti  lepri, tori o buoi. Il Mannhardt, nei suoi studi, ha descritto quello che nell’antica Grecia veniva definita la  Bouphonia, “l’assassinio del bove”, compiuto proprio nel periodo estivo dopo la raccolta nei campi. Su di un altare venissero posti dei pani e focacce di grano e orzo alle quali si facessero avvicinare alcuni buoi. Quello che per primo iniziava a mangiare queste offerte veniva sacrificato da due boia che utilizzavano dei coltelli precedentemente bagnati con dell’acqua portata da delle vergini dette proprio “portatrici dell’acqua”. Come si vede il rituale ripropone molti temi cari alla dea, il messaggio dell’acqua nasconde dietro di sé quell’aspetto legato al culto del mistico liquido di cui abbiam parlato in precedenza, inoltre anche la scelta del bove come animale non è casuale ma esso è simbolo della dea come già detto in precedenza.

L’animale così non è solo elemento sacrificale ma esso stesso è rappresentazione della divinità. In Attica era reato uccidere un bove e il modo di scegliere l’animale sacrificale fa intuire come fosse riconosciuto incarnazione della divinità solo quello che si cibava del grano, e dunque esser parte esso stesso della divinità rendendosi padrone di se stesso e della propria sorte. Del resto per il primitivo solo la dea poteva nutrirsi e cibarsi di se stessa in una specie di concezione animistico-immanente.

L’evoluzione della divinità viene successivamente ancor più spinta portando la divinità che dimora nell’ultimo grano da mietere ad uscire dallo stesso una volta che esso viene tagliato per “entrare” nel contadino che stava mietendo. Da qui nascono una serie di tradizioni di gare di mietitura che vedono il contadino che per ultimo termina il lavoro maltrattato e spesso anche percosso fisicamente. Se infatti la dea si fosse davvero rifugiata nel corpo di questo malcapitato essa doveva morire per consentire la rinascita dei campi.

Anche in questo caso troviamo un facile riscontro nei miti e in particolare in quello di Litierse, figlio di re Mida. La leggenda narra che egli avesse sempre una grandissima fame e fosse un imponente mietitore. Quando qualche straniero passava per le sue terre egli lo sfamava e dissetava per poi costringerlo a farlo mietere con lui e se questi, come accadeva sempre, avesse finito per ultimo, veniva legato all’ultimo covone e decapitato con la falce. Il mito continua e narra che il triste tributo continuò per moltissimo tempo fino a quando capitò da quelle parti Eracle che, sfidato, battè Litierse e ne decretò la morte allo stesso modo in cui lui aveva ucciso tanti incauti stranieri.

Interessanti da esaminare sono due aspetti del mito, quello dell’ultimo covone che, con all’interno il malcapitato, inizia a subire un fenomeno di antropomorfizzazione. Infatti nel passato se durante il “rito” di mietitura fosse davvero comparso un incauto viaggiatore era molto facile che esso fosse considerato una incarnazione della dea e dunque ucciso per ottenere fertilità nei campi. Come possiamo poi intuire dal prosieguo della leggenda, non basta esser stranieri ma la scelta dell’uomo da sacrificare è legata ad una gara di mietitura che poi porterà appunto lo stesso Litierse alla morte.

Con l’avvento del Cristianesimo le tradizioni non cambiano, il popolo contadino rimane fortemente fedele alle sue credenze così l’unico modo era quello di trasformare, questi riti pagani in feste legate alla nuova religione, sostituendo, con una vera e propria operazione sincretica, Demetra e Persefone con le figure di Maria e Sant’Anna. Quest’ultima, del resto, figlia di un sacerdote betlemmita, nonostante la sua sterilità, in tarda vecchiaia partorisce la Madre del Cristo diventando così essa stessa immagine di speranza per tutte le donne.

Ecco così che, celate sotto nuovi nomi, le antiche reminiscenze sono conservate nei paesi di Isernia, Capracotta, Pietracupa, Campolieto, Jelsi, Pescolanciano, nomi che ricordano il culto della pietra e dei campi come è facile intuire dall’etimologia degli stessi.  A Pescolanciano, nome che deriverebbe da “pesclum” cioè  “gruppo di pietre”, nei giorni precedenti al 26 Luglio, si preparano una serie di covoni che poi saranno portati davanti la fontana del paese e fasci di pighe di grano chiamate “manuocchi” da cui, a fine festa si ricaverà il pane benedetto. Festa simile la troviamo anche a Jesi ove si celebra appunto la “sagra del grano”, festa dedicata alla Santa che viene trasportata in processione per il paese. A Minurno, nel Lazio si dedica alla vergine la sagra delle “regne”. Nei campi, poco prima della mietitura, vengono apposte immagini della Madonna alla quale viene poi offerto l’ultimo covone portato in piazza su vecchi carri trainati da buoi. Una volta raggiunto il luogo i contadini salgono sullo stesso e iniziano a percuoterlo mentre le donne, chiamate “pacchiane” offrono pani e gettano grano per le strade in segno di abbondanza. Una festa piuttosto particolare invece si tiene a Mirabella Eclano, in provincia di Avellino. Qui, il terzo sabato di Settembre viene realizzato un enorme obelisco di grano alto circa 25 metri che poi, posto su di un carro, viene portato in giro per tutto il paese in onore della Madonna Addolorata posta in cima alla costruzione adorna anch’essa di spighe di cereali. La festa è sicuramente molto antica, essa è già documentata nel 1600 ed è proprio un classico esempio di rituale di fertilità e abbondanza, come del resto la festa di Parabita, nel leccese. Si narra che tra i campi della zona un contadino, mentre arava la sua terra, trovò, scavando, una raffigurazione della Madonna con il bambino incisa su una pietra. Furono fatti numerosi tentativi per spostare il betile ma tutti vani e così si decise di erigere in quel luogo una chiesetta dedicata alla Madonna dell’Agricoltura. In queste feste popolari elemento comune diventa così l’immagine della “virgo” rinvenuta tra i campi, spesso immagine pagana di divinità tutelari agresti, che spunta dalla bruna terra proprio come il suo simbolo, la spiga, subito trasformata dai missionari e dai curati locali nella Madonna Fig( 3-4). Un’apparizione della Vergine caratterizza la sacralità di Travo, un piccolo paesino del piacentino ove, celati dai missionari cristiani ancora oggi traspaiono le tracce degli antichi culti della dea. Ecco così che in località Caverzago sono state ritrovate tracce di un antico tempio romano dedicato a Minerva e nella chiesa di Sant’Anna di Pietra Perduca, su una pietra qui presente, la tradizione narra di antichi rituali di fertilità e guarigioni.

Stessa tradizione è presente a Quasano, in provincia di Bari, ove, per festeggiare appunto il sacro ritrovamento, l’ultima domenica di Giugno si usa offrire ai fedeli le “panelle”, più di 20.000 piccoli pani intrecciati che come la Vergine, sfamano i fedeli.  

Di particolare interesse sono le feste dedicate alla Santa Madre in Molise. Secondo il folklore locale le feste sono dedicate a Sant’Anna che graziò i campi di grano che avevano subito un ritardo nella mietitura dai danni del terremoto del 26 luglio 1805. Tradizione simile troviamo a Bugnara ove il 15 agosto le donne del paese portano, sul luogo ove sorgeva il tempio di Cerere, dei cesti con spighe di grano che poi vngono distribuite come simbolo apotropaico. A Cocullo invece, durante la festa dei serpari, sulla quale ci soffermeremo in seguito, vi è l’usanza di distribuire del pane a forma di ciambella portato sulla testa dalle ragazzine del paese mentre in Campania, a Pungoli, ove si addobbano carri trainati da buoi e sui quali sono caricati covoni di grano chiamati “gregne”.

Una festa del tutto particolare, invece, è quella che si tiene a Pianoro, nei pressi di Bologna, ove viene adorata la Madonna delle formiche. Il nome della Vergine non è casuale, infatti essa è strettamente legata a questi insetti che sono soggetti di uno strano fenomeno. Nei giorni attorno alla festa della natività mariana, nel Santuario di Maria di Zena, luogo già sacro nell’antichità e ove sorgeva un santuario a Cerere, giungono stormi di formiche alate che, una volta raggiunto il campanile, muoiono. Continuando il nostro excursus, in Sicilia, e in particolare a Cesarò, durante la festa della Vergine  celebrata il 21 agosto, vi è l’usanza che i genitori del futuro bambino se questi nasce maschio offrano alla parrocchia e alla Madonna una quantità di grano pari al peso del bambino. In Calabria il legame tra rituali di fertilità e grano è ancor più stretto perché l’usanza vuole che le novelle spose si seggano su un cuscino di grano o era usanza gettare lo stesso cereale all’uscita della chiesa, come simbolo di ricchezza e fertilità, tradizione che troviamo ancora oggi nella cultura e nelle forme verbali popolari, e così “avere il grano o la grana” o ancora “esser granosi” sta proprio ad indicare persone facoltose.


[1] J. Frazer, Il Ramo d’Oro, Bollati Boringhieri, 1990 Torino

[2] Op. Cit.

[3] G.B. Bronzini, Origini ritualistiche delle forme drammatiche popolari, Bari 1972

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