I misteri di Montescaglioso: Dai Cucibocca all’enigmatico Monastero

di Andrea Romanazzi

L’Epifania e il suo retaggio pagano

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio si festeggia l’antica Madre Natura, la Dea Nera, che, giunta al giro di boa annuale, si presenta come una vecchia ormai prossima alla fine, che brucia per poi rinascere da se stessa, come una fenice. La vecia, la stria, la mara, tanti sono i nomi che la collocano nei folkloristici giochi di tutta Europa. In questo contesto si inserisce il rito dei “Cucibocca“, una antica e misteriosa tradizione della quale non si conoscono le origini.

E’ però più nota con il nome di “Befana“, termine che deriva da  “Epifania”, dal greco epos, “mito”, e da epifaneia che significa “manifestazione divina”. Gli antichi greci erano soliti rappresentare questa figura femminile sotto le sembianze della Dea Ilizia protettrice del parto e dell’atto dell’epifania. A Roma la sua controparte era Diana Lucina, divinità non soltanto latina, ma italica poiché il suo culto era praticato ancora in età repubblicana fuori del Lazio presso gli altri popoli dell’Italia meridionale e centrale. Il nome deriverebbe da dies, il giorno, perciò la dea della luce diurna, con tutti i suoi benefici effetti sul mondo della natura. Questo cenno alla luce ci fa pensare a lei come un altro aspetto dei festeggiamenti per il Solstizio d’Inverno: Ella è antropomorfizzazione dei falò che in tutta Europa incendiano la notte epifanica, atto di magia simpatica per “aiutare” il sole a rinvigorirsi. Con l’Epifania, infatti, possiamo dire che si apre il ciclo delle feste del Fuoco che poi culminerà con la Candelora. Nelle zone agricole e nei paesini di campagna la festa è sicuramente più sentita: Tradizionalmente si prepara una “vecchia” fatta di paglia e la si brucia nella piazza del paese come simbolico gesto di prosperità e di allontanamento del freddo invernale. La simbologia racchiusa nella figura della vecchia, nelle tradizioni e nei “rituali” di questi giorni è profondamente pagana. Uno degli oggetti più rappresentativi della Befana è, ad esempio, la scopa, simbolo priapico che la lega agli antichi riti arborei del popolo indoeuropeo e alla successiva natura stregonesca medievale, da cui oggi trae l’iconografia. Sempre legata all’abbondanza è invece la calza che, simile alla cornucopia, contiene doni alimentari e monetine. Particolare importanza ha  poi il carbone. Questa tradizione si ricollega a quella del ciocco di Natale. La cenere del ciocco, e il suo carbone, più che punizione, divenivano simbolo di fertilità dei campi e infatti distribuita di essi. Non mancano rituali di fertilità propriamente espressi. In Sicilia si crede che i Re Magi, trasposizione cristiana delle tradizioni gioiose di fertilità, attraverserebbero l’Isola portando fertilità alle piante bruciate dalle nevicate. Ancora una volta troviamo una “evoluzione” del rituale  precedentemente accennato del carbone. In Emilia era diffusa la tradizione di bruciare la vecia, un pupazzo realizzato con legna, stracci, vecchi vestiti, su enormi falò per poi distribuire le ceneri nei campi. In Veneto, Piemonte, Friuli e Trentino, si usava, nel rituale noto come “rito della stella”, far roteare delle ruote incendiate o dei covoni lungo le pendici delle colline. Esistono due spiegazioni a proposito di tale usanza: da una parte la “Teoria Solare” ovvero una imitazione del comportamento del sole da cui l’usanza di far ruzzolare una ruota giù per una collina, dall’altra la “Teoria della Purificazione” il fuoco che serve a bruciare e allontanare le negatività invernali.

Il Mistero dei Cucibocca

E’ in questo contesto che si inserisce la festa tutta lucana dei Cucibocca (Fig.1).

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La notte della vigilia dell’Epifania, a Montescaglioso, un borgo della Lucania, si tiene il rito dei “Cucibocca“, una antica e misteriosa tradizione della quale non si conoscono le origini. Gruppi di strani figuri mascherati, partendo dal Monastero del paese dedicato a san Michele,circolano per i vicoli e le strade del paese in abiti scuri, con il volto ricoperto da una fluente barba in canapa, grandi occhiali realizzati con le bucce di arance, un enorme cappello fatto con dischi di canapa dei frantoi (Fig.2).

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In mano portano una lampada ad olio e uno smisurato ago dal quale pende un lungo filo a cordicella che servirebbe, secondo la credenza, a cucire la bocca dei bambini che, incuriositi, si avvicinano a quegli strani personaggi al grido di “Tè còs’ la vòcch’!” , ovvero ti “cucio la bocca”, da cui il nome di Cucibocca. Secondo la tradizione questi esseri erano caratterizzati da una smisurata voracità, consumano “nove bocconi” di cibo, forse simbolo di ciò che era avanzato dai bagordi natalizi, da cui l’usanza di consumare in casa e in piazza, lo stesso numero di pasti o leccornie (Fig.3).

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Come si diceva non è facile individuare l’origine dei Cucibocca, cercheremo di illustrare una panoramica delle teorie più diffuse. Per alcuni l’origine di tale usanza deriverebbe da una rivisitazione locale del culto delle Anime Purganti. La catena al piede, indice penitenza, la richiesta di silenzio e di offerta, rappresenterebbero una sorta di “rinfresco”, ovvero di sollievo dalle pene inflitte dal calore che le attornia. Anche la lanterna potrebbe essere vista come il simbolo della “fiammella” delle anime, i fochi fatuiche, nell’antichità, si pensava fossero la manifestazionedei defunti o degli “spiriti vaganti”. Se leggiamo questa tradizione con tale chiave di lettura scopriamo che non sarebbe l’unico caso. A Ginosa, in provincia di Taranto, ad esempio, si narrava che era possibile incontrare anime del purgatorio proprio nella notte tra il 5 gennaio e il 6 gennaio. Sempre in Puglia, in alcuni paesi, si crede che la notte del cinque Gennaio arrivi “Morte Befanì” una sorta di “befana” munita di falce ed un treppiede capovolto in testa su cui erano poggiate tre candele accede. Secondo la credenza questo essere girava con una lista di chi sarebbe morto durante il nuovo anno e con un pezzo di carbone disegnava una croce nera davanti all’uscio del futuro defunto. Il Cucibocca potrebbe dunque essere una rivisitazione locale di tale mito, un simbolo di morte di un anno solare che volge al termine e che attraverso la sua morte assicura la rinascita. Queste altre figure sono accomunate ai Cucibocca anche dalla credenza che possano dare il dono della parola agli animali e il potere di maledire gli uomini che li maltrattano. Durante il loro passaggio, infatti, gli animali acquisirebbero il dono della parola Molte sono le storie locali che narrano di individui che, non credendo a queste fandonie, le vollero testare a scapito della loro stessa vita. Si narra, ad esempio, di un contadino che, per mettere alla prova le credenza, mentre mangiucchiava delle fave arrosto chiese al suo gatto se ne volesse qualcuna. Il gatto prontamente rispose “non ho i denti!”. Pietrificato dal terrore, l’uomo muore sul colpo. In tale visione il Cucibocca, nella richiesta incessante e minacciosa del silenzio, cerca di porgere l’orecchio degli uomini al parlare sordo degli animali. Potrebbe dunque questa essere la spiegazione per un mistero ancora insoluto? C’è dibattito. Infatti per altri studiosi i Cucibocca rappresenterebbero l’arrivo della Quaresima, il periodo di circa quaranta giorni che precede la celebrazione della Pasqua, con le sue restrizioni “alimentari” e che riporta alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto. Si legge nel Vangelo di Matteo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame“.In tale ottica però non sarebbero facilmente spiegabili le principali caratteristiche della figura. A noi non convince.

Un’altra interpretazione più “sociale” è invece quella che vede nei Cucibocca una sorta di manifestazione della rivolta dell’arcaica società agropastorale: nascosti sotto le sembianze dei Cucibocca, pastorie massari, sfruttati dai padroni e latifondisti, per una sera, celati dietro una maschera, irrompevano nella casa padronale durante per la cena delle “nove cose”, una sorta di ricompensa delle pene patite durante tutto l’anno. Anche questa, però, a mio parere una spiegazione un po’ forzata. Perché proprio quella notte?

I Cucibocca come espressione di Annus

La nostra interpretazione è una sorta di summa di tutto quanto ci siamo detti. Il Cucibocca, vestito con elementi che pescano nel mondo naturale e vegetazionale potrebbe essere espressione dell’uomo “selvatico” ricoperto di rami e foglie, legato al contesto agreste. In questa visione il Cucibocca sarebbe da accostare ad altre figure animalesche del calendario pagano. Egli è Annus, o Anus, il dio della Luce, che si sveglierebbe dal letargo e uscirebbe fuori dalla sua tana per vedere come è il tempo per valutare se sia o meno il caso di mettere il naso fuori. Nella visione contadina questa Divinità prende la forma del monaco eremita.

Il suo abbigliamento non sarebbe casuale, uomini vestiti di quel poco necessario a coprirsi, inselvatichiti dalle intemperie, dediti al silenzio, dovevano popolare rustici romitaggi presenti attorno all’Abbazia del paese occupata dall’ordine dei benedettini fino al 1784.In quest’ottica non sarebbe un caso se la maschera tipica del Carnevale di Satriano, un paese non molto distante, sia U Rumit’, l’eremita, come messo in evidenza da Spera nel suo articolo “Il romita, l’orso e la vedova bianca nel carnevale di Satriano di Lucania”. In particolare questa maschera trarrebbe origine, secondo le credenze popolari, dalla storia di un monaco che, quando non riceveva l’elemosina dagli agricoltori si vendicava lanciando malefici ai danni del raccolto di questi. La figura del Romito di Satriano è dunque ben accostabile a quella del Cucibocca di Montescaglioso.

Del resto la “Regola” benedettina nasce tra la vita eremitica, lo stesso San Benedetto fa importante tesoro di una esperienza personale di romita prima di scrivere la nota “Regola” dove esplicita la caratteristica eremitica ed anacoretica del benedettino. Inoltre, nel Capitolo VI tratta proprio del silenzio, raccomandando moderazione nell’uso della parola. Insomma, alcune caratteristiche dei Cucibocca potrebbero avere origine dal famoso Monastero. Se fosse lì la chiave del mistero?

Il Misterioso Monastero e la ricerca alchemica

Fantastichiamo un po’….ma non troppo. Se i Cucibocca nascondessero, nel loro messaggio di timore e silenzio un mistero racchiuso tra le mura del convento? Del resto è da quel luogo che parte, tradizionalmente, la “processione”. Immaginiamo la scena propria di un film come “il nome della Rosa”. Una comunità, un convento dove i monaci nascondono un segreto, il timore di conoscerlo e rivelarlo. Cosa potrebbe essere? Il tema dell’Alchimia non è stato estraneo all’attenzione da parte dei Papi e dei Cardinali della Curia Romana alla ricerca all’alchimia dell’”Elixir” : L’Immortalità. Una testimonianza dell’interesse per questa nuova scienza tra gli alti ambienti clericali la troviamo in diversi documenti di Ruggero Bacone inviati al papa Clemente IV ove appunto si parlava dell’arte di “khem” e dell’elixir di longevità. Questi stessi temi sono ancora presenti in numerosi trattati di studiosi e alchimisti che si avvicinarono a questa disciplina sempre all’interno delle mura Vaticane. Pensiamo a Arnaldo da Villanova, medico di Bonifacio VIII.  La ricerca dell’elixir di lunga vita non era per nulla osteggiata dal pensiero cristiano, anzi, ad esempio la condanna portata da Giovanni XXII agli alchimisti nel decretale “Spondentquas non exhibent” non riguardava la ricerca dell’elixir, ma solo il problema della falsificazione dell’oro. Ecco perchè Giovanni da Rupescissa poté scrivere il suo De consideratione quintae essentiae nel carcere papale di Avignone senza che questo aggravasse la sua posizione. A Montescaglioso le tracce di studi alchemici si fanno consistenti, diventano muri ed affreschi di una sala del primo piano, un tempo biblioteca e dunque luogo di “sapienza”. Appena si entra nella stanza si possono notare figure di grandi pensatori, Pitagora

nell’atto dell’insegnamento di nozioni matematiche, ed Aristotele che porta un libro su cui è scritto “Mio amico è Socrate, mio amico è Platone, ma più grande amica è la Verità”, che ben si sposano con questa camera “filosofale”.

Tutto è decorato da figure di elfi danzanti o che suonano strani strumenti, serpenti, animali e inusuali uccelli. E’ presente la figura di Re Mida con le sue orecchie d’asino, stante ad indicare nella simbologia ermetica  “una verità che non può essere svelata”. Diversi sarebbero gli affreschi e le pitture sui quali soffermarci, noi ne esamineremo solo alcuni. Proprio sulla porta d’ingresso troviamo la “vergine che allatta”, la “virgo et mater”, trasposizione cristiana di Iside ed il figlio Horo, insomma una classica vergine nera, facilmente distinguibile dalla posizione del Santo Bambino.

Immediatamente vicino ecco l’affresco del “toro”, l’animale totemico della dea e, dal punto di vista dell’opera alchemica, sacro al Sole e rappresentazione dello Zolfo, il principio maschile, contrapposto al Mercurio, l’elemento femminile che si ritrova quasi di fronte nell’affresco rappresentante appunto San Michele, per molti trasposizione cristiana di Hermes o Mercurio. Altro simbolo fondamentale dell’Opera è il “corvo nero”, esso rappresenterebbe la cottura. Il color nero, infatti, sarebbe il primo segno della decomposizione, conseguenza della perfetta miscela delle materie e quindi fortemente anelata dall’ alchimista (Fig.8).I messaggi alchemici non terminano qui. Continuando a vagare per le pitture, l’attenzione si sofferma su una strana raffigurazione. E’ “la zampa del leone” che regge il vaso alchemico, espressione del segno dell’oro, il fuoco segreto (Fig.9).

Del resto il primo agente che serve a preparare il mistico solvente viene chiamato “leone verde” : esso è lo stato embrionale che però possiede in sè l’energia reale, l’imperfezione da cui poi, deriverà il nostro elixir. Il ciclo pittorico è davvero molto complesso. Appaiono le figure di un curioso “eremita” che un po’ ricorda i Cucibocca (Fig.10), in realtà un Diogene che ricorda il motto “Hominem quaero”, ovvero “cerco l’uomo”.

Non mancano, tra curiosi e strani simboli come un gatto scuro con un topolino nelle fauci, facce grottesche, un pellicano, scrigni e messaggi in codice, le figure di san Benedetto e santa Chiara, i capostipiti del Monachesimo (Fig.11). E’ davvero questa la sala “dei Misteri” o “Stanza del procedimento alchemico”? Che significato ha l’uovo alchemico con scritte in ebraico (Fig.12).? Occhi misteriosi, animali fantastici e messaggi occulti indicano che è la Cabala a mostrare la via nella lettera il segreto dell’Opera, la “S”, o meglio una Triplice “S”, lo Zolfo filosofale (Fig.13). Essa non è presente nella sua “unità”, ella è Trina nell’Affresco, l’indicazione è che si deve ripetere per ben tre volte la calcinazione del corpo per realizzare le tre opere filosofiche come secondo le teorie di Geber. Misteri senza risposta che non possono uscire da queste mura come indicato, infine da un misterioso personaggio che indica al silenzio (Fig.14). Egli è Arpocrate, divinità egizia corrispondente all’antichissimo dio Horpakhred, ossia Horo il fanciullo, il figlio di Iside ed Osiride.

A partire dal Terzo periodo intermedio il suo culto divenne sempre più popolare e l’iconografia più diffusa lo rappresentava come un bambino stante o in braccio alla madre Iside, mentre si portava un dito alla bocca ad indicare che era il dio del silenzio. Il ciclo così si chiude con un “vecchio” che conosce il segreto e intima di non divulgarlo. E’ questo il messaggio del Cucibocca di Montescaglioso? Shhhhh…..

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