La pratica magica italiana e i Santi-Taumaturghi

di Andrea Romanazzi

La stregoneria popolare italiana è sempre stata influenzata dalla religione dominante sul territorio.  Non ci dobbiamo così stupire se la maggior parte degli scongiuri che incontreremo nel corso della trattazione hanno come soggetti i numerosi santi cristiani. In realtà, questi sono stati snaturati dal loro contesto religioso e resi tanto più vicini alle antiche divinità pagane mai debellate dalla credenza popolare. È questo il tessuto del magismo italiano: antichi rituali magici intrisi di elementi cristiani.

Lo testimonierebbe san Bernardino da Siena quando, parlando degli scongiuri, li definisce “fatuas et insanas incantationes”; o ancora, dicendo come i gentili “credunt se invocare nomen Domini et invocant nomen diaboli … facturis et aliis incantationibus … carnalem copulam impediri”. Per incantare i dolori, ad esempio, Matteuccia da Todi nel 1428 ripeteva “Nel Nome del padre, del Figlio et de lo Spiritu Sancto, et de madonna Sancta Maria con omne sancto et de sancto Pietro che omne male torni aderto, et de sancto Benedetto che fu medeco de Cristo che medicò et non recapitò non tolse medicatura per la Sancta Scriptura per la luna e lo sole per Dio Nostro Signore che tu mucci maladescta et non ti folcere in carne benedecta vanne in fondo al mare”. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con le preghiere cristiane con le quali, a causa della similitudine di figure, il magismo può essere confuso. Se infatti la preghiera è un muovere a pietas il divino, chiunque esso sia, lo scongiuro ha in sé il potere della forza magico-evocativa, è la bassa orazione che contiene quella scintilla divina che, dunque, il quale non può sottrarsi all’opra richiesta. È espressione di quel mondo numinoso che non ha mai abbandonato i figli della Grande Mater.

Le immagini sacre della Nuova Religione, semplici simboli e non dimora della divinità, secondo la credenza popolare, avrebbero un “potere” ben preciso. È per esempio lo stesso Leland a smentire l’idea secondo cui, quando una magara si rivolge a un santo dei Cristiani, o quando proferisce il Pater Nostro, si sta rivolgendo direttamente a loro: “Dire il Paternoster così è della stregheria, e non della vera religione cattolica”. Ogni dettaglio della cerimonia trasforma il santo in un’antica divinità pagana. Scongiuro e Preghiera, però, sono profondamente differenti. Se la preghiera ha lo scopo di chiedere la grazia al santo di turno, lo scongiuro ha il potere di “costringere” il personaggio citato a intervenire. Mentre, infatti, la prima parte è un’invocazione per lo più sotto forma di preghiera, la seconda è una vera e propria “ingiunzione”, che spesso raggiunge il grado di imprecazione, minaccia e maledizione rivolta anche ai santi.  È la riscossa di quel senso animistico che non ha mai abbandonato l’uomo, ma che spesso è stato relegato a una condizione di subalternità o scherzosamente ribattezzato come “religione popolare”. Si genera così l’idea dell’esistenza di una caratteristica intrinseca alle divinità, che si rispecchierà nella tradizione popolare quando, agli antichi dèi pagani, si sostituiranno i santi cristiani. Le varie “specializzazioni” di quelli che potremmo chiamare “Santi-Taumaturghi”,  non sono però casuali e scaturiscono da loro episodi di vita. Ritroviamo la stessa dinamica pagana, ove le opere di un dio sono la base del potere al quale si appellano i fedeli sul principio del “come-così”.  Il legame tra santi e stregoneria è un elemento peculiare italiano. Per il popolo i Santi Taumaturghi diventano vere e proprie divinità di un politeismo eretico di cui è intrisa la tradizione popolare. Il Santo taumaturgo esula, dunque, da ogni canone di fede o dogma religioso. Facciamo un esempio. L’invocazione rivolta a Horo per guarire dal morso del serpente: “Sgorga veleno, vieni, cola in terra! Horo ti scongiura, t’annienta, ti sputa”. Questo scongiuro ha la stessa “grammatica” delle preghiere popolari abruzzesi rivolte, ad esempio, a San Domenico per essere protetti contro gli ofidi: “Sante Pavese ha fatte i serpé, Sante Domeniche l’ha scuperté, Alleluia Alleluia, cente migghje d’arrasse a nuje”. Lo scongiuro popolare non è, dunque, molto differente dalle formule magiche dell’antichità. Per il popolo, infatti, i santi divennero altrettante divinità, risultato di una vera e propria coinonia tra un politeismo antico e le nuove religioni monoteiste, forse troppo lontane dai bisogni e dalle necessità dell’uomo. Non è dunque solo la fede a promettere guarigione al credente, ma anche l’inconscio background magico che si cela tra storie, leggende e tradizioni.

 Pian piano, alla stregua delle antiche divinità pagane, i santi taumaturghi subirono una sorta di “specializzazione”, come ho già avuto modo di illustrare, che non era casuale, ma spesso legata alla loro morte o al loro martirio. Molte sono le leggende postume che ruotano attorno alla vita di questi personaggi, ai miracoli o alle particolari sofferenze che finirono col conferire loro particolari doti. Così, ad esempio, Agata divenne la protettrice delle lattanti perché, in vita, subì il martirio al seno, mentre santa Lucia fu trasformata in protettrice degli occhi per una credenza postuma che la vuole martirizzata con enucleazione dei bulbi oculari.  Altra idea era quella per la quale il santo, che era stato colpito da malattia in una particolare zona del corpo, era sicuramente il più idoneo a proteggerla. Un’altra tradizione invece associava la sua capacità protettiva a un miracolo che aveva fatto in vita. San Biagio divenne, così, il protettore del mal di gola perché in vita salvò un bambino che stavo morendo per una spina di pesce bloccata in gola.

Molteplici sono poi i santi che hanno uno stretto legame con la magia amorosa. Il più noto è sant’Antonio Abate, al quale è associato un interessante rituale friulano: si prendeva una candela bianca e del comune olio e li si accendeva dinnanzi a un’immagine del santo, ripetendo lo scongiuro: “Sant’Antonio tu sei quello che portasti nove fanciulle in mano, io te ne adimento tre … una ne voglio mettere al cuore, acciò che spasimi per me ardendo del mio Amore, l’altra alla lingua acciò che avendo in pensiero, parli sempre di me, l’altra infine nei piedi acciò mi seguiti ove vada”. Sant’Antonio compare anche nella tradizione tosco-emiliana. Secondo Leland, qui le ragazze ponevano fioriere contenenti l’erba di sant’Antonio al centro e su ogni lato del davanzale di casa, legandovi attorno un nastro rosso, con tre nodi, e ripetendo: “Sant’Antonio mio benigno, di pregarti non son digno, se questa grazia mi farete, fiamme di fuoco per me farete, una sopra la mia testa che per me arde a tempesta, una accanto al mio cuore che mi levi questo dolore, una vicina alla mia porta che di questa grazia non se ne sorta. Se questa grazia mi avete fatto, fatemi sentire tre voci: porta bussare, uomo fischiare e cane abbaiare”.

San Vito è invece protagonista della ligatura d’amore: “San Vito, piccolo e pulito, santa Lena, santo Leone, santo Diavoline, spirito dei tre venti, quattro elementi, tutti con me: io lego … ce l’ho e non ce l’ho dinnanzi a me. Masco! Lusco! Fusco! Con questa piuma di corvo gli occhi gli acceco, occhio di vetro, dente di cera, colpo lentissimo! … non può più né guardare, né mordere, né muoversi. Che possa restar sempre così”.

Lo scongiuro magico

Cosa è lo scongiuro? Si tratta di formule verbali, per lo più accompagnate da misteriosi e arcaici rituali di cui, spesso, si è persa la spiegazione ed è rimasto il gesto. Elemento fondamentale è la così detta “historiola”: il corpus mitico della formula magica. Si tratta di un breve racconto, sotto forma di mito, di un episodio della vita di una divinità, e successivamente di un santo, che si lega per tema o per semplice “assonanza” al male da esorcizzare.  Come vedremo, la maggior parte degli scongiuri presenta un prologo identico. Pensiamo a quello contenuto nelle invocazioni contro l’ingorgo mammario o in quelle destinate ad alleviare i dolori di pancia; vi è sempre un personaggio che si evolve trasformandosi nelle figure più disparate, da un brutto nano, al Cristo o a un santo, e che fa e disfa il maleficio attraverso una vera e propria destorificazione del soggetto. L’operazione così s’evolverà, creando un’incredibile commistione tra elementi magici, religiosi, e religioso-popolari, con suppliche a santi però finalizzate ad adempiere gli intenti magici della magara. Lo scongiuro non può però esser recitato da chiunque. Ecco così che nasce la figura della fattucchiera, chiamata in maniera differente nelle varie regioni italiane ma sempre con termini rispettosi, come belladonna, vecchia, cummari, a indicare la sua stretta familiarità con il popolo. Fino al secolo scorso, la fiducia in queste donne e masciare era davvero notevole, tanto che al primo dolore l’ammalato si sentiva dire: “Chiama a sia Veneranna ca tena ‘na manu santa e sa certi carmi chi fa propriu rivìsciare i muorti” .

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