Il Mistero dei “Pietrificatori” Italiani (Parte – 1 – Girolamo Segato)

Requiem Italiano ovvero il Mistero del “Pietrificatori”

di Andrea Romanazzi

L’arte di conservare i corpi ha sempre accompagnato l’essere umano. Dalle mummie andine alle teste Maori, dai riti funebri degli antichi Egizi alle mummie di torbiera nord europee, fino alle scolature italiane dei putridarium presenti in genere nelle cripte delle chiese, l’uomo ha sempre manifestato un interesse verso la sconfitta, almeno materiale, della morte. La mummificazione e le tecniche di conservazione, dunque, sono una tradizione trasversale alle varie culture,  declinate in vari modi in base alle tradizioni e alle condizioni climatiche di ogni paese. Tra Settecento ed Ottocento si sviluppò in Italia una ricerca pseudo-scientifica davvero unica, quella della conservazione del corpo umano attraverso tecniche assolutamente innovative che, come era tipico di quel periodo, si sviluppavano a cavallo tra medicina ed alchimia. Medici, scienziati, artisti, naturalisti, questi “pietrificatori” si sono portati purtroppo i loro segreti nella tomba creando la suggestione romantica della “formula segreta” e del novello Frankenstein che ne custodisce gelosamente la divulgazione. Questo articolo vuole riportare alla memoria i protagonisti di un breve periodo scientifico italiano.

Girolamo Segato e il processo di solidità lapidea

Il processo artificiale di “pietrificazione” fu una tecnica che si diffuse, tra il XVIII e il XIX, in relazione allo sviluppo didattico-illustrativo dell’anatomia. Quando si parla di “pietrificazione umana” viene subito alla mente Girolamo Segato (Fig.1), forse il primo e più famoso dei “pietrificatori”. Nato a Sospirolo il 13 giugno 1792 fu cartografo, naturalista ed egittologo italiano. Sempre affascinato dalle figure degli “esploratori” che durante l’Ottocento facevano conoscere al grande pubblico i segreti del mondo, accettò di buon grado un’offerta di lavoro da un certo Annibale De Rossetti, che lo portò al Cairo. E’ nel 1818 che ebbero così inizio i suoi “anni egiziani”. Incredibilmente ricchi di fascino sono i carteggi che descrivono le sue avventure in Egitto. Si dice che avesse scoperto anche un regno allora non conosciuto, chiamato Chiollo, collocato in un punto non ben identificabile nell’area etiope nel quale Girolamo Segato si imbatté quasi per caso. Affascinato fin da ragazzino dalla chimica il Segato, però, rimase fortemente colpito dai processi di imbalsamazione dell’antica civiltà egizia e dalle numerose mummie, anche naturali, che ebbe modo di studiare. Come da lui descritto bastava un soffio di vento affinché il deserto regalasse doni dai tratti umani.

Scopriva infatti mummie intiere d’uomini e di animali affogati in quelle arene e naturalmente pietrificati. Fin d’allora si pose in mente d’imitare coll’arte quelle naturali trasformazioni”. Secondo quanto riporta il suo amico Pellegrini nel suo saggio “Della artificiale riduzione a solidità lapidea e inalterabilità degli animali scoperta da Girolamo Segato” del 1835 (Fig.2), fu in questi anni che acquisì il segreto delle tecniche di pietrificazione e mummificazione basate, probabilmente, sull’imitazione del fenomeno naturale di carbonizzazione dei tessuti organici derivato dall’incandescenza della sabbia. Purtroppo il clima d’Egitto gli era ostile e, suo malgrado, fu, infine, costretto al rientro in Italia. E’ qui che apprende, di un incendio nelle sue logge del Cairo che portò alla perdita di tutto il materiale da lui raccolto.

 “Questo disastro fu tale per il Segato, perchè vi perdette la maggior parte delle sue collezioni scientifiche ed archeologiche, dei suoi disegni e manoscritti, e particolarmente il giornale del suo soggiorno in Egitto. Scoraggiato ed avvilito prese la risoluzione di rimanere in patria e diede ordine di mandargli la sua roba salvata dall’incendio, ch’egli stette aspettando a Livorno mentre faceva compagnia al Rossetti e l’ajutava nei suoi affari”. Sconfortato, decise di abbandonare l’avventura egiziana edi trasferirsi definitivamente a Firenze, dove iniziò ad approfondire quei processi di conservazione che oggi definiremmo “mineralizzazione” del corpo umano, allora noti come pietrificazione o “solidità lapidea”.  La particolarità del processo, ideato da Segato, era la conservazione, oltre che della parte materiale, dell’elasticità e dei colori originali dei tessuti trattati. E’ sempre l’amico Pellegrini a descrivere prima i numerosi esperimenti riusciti su topi, pappagalli, ragni, e successivamente quelli sulle parti anatomiche umane come piedi e braccia, nonché sugli organi come un fegato di un uomo morto per abuso di sostanze alcooliche, la pelle e il seno di una donna e molto altro.

Sempre secondo il Pellegrini questo metodo “…agisce sull’interi corpi animali come sulle parti di essi. I primi e le seconde induriscono, prendendo una consistenza al tutto lapidea, tanto più sensibile e determinata quanto le parti medesime sono più molli e mucose…Né si avvisi che siffatta trasmutazione abiia luogo con variamenti di colori, forme e caratteri in generale…né l’olfatto pure rimane offeso…”.

I risultati del Segato fecero il giro della comunità scientifica del tempo. Il Betti, professore di Fisiologia a Firenze, in una lettera riportata nel testo succitato, parlava di una durezza lapidea “…capace di fare ad essi prendere un pulimento simile a quello delle pietre dure…”. Un suo collega, prof. Targioni Tozzetti, affermava di come il Segato avesse “…trovato un metodo di conservazione sin ora sconosciuto” mentre il Gazzeri parlava di “metodi e mezzi non noti e di cui il Segato è inventore”. Non sappiamo quali conoscenze avesse riportato il Segato dall’Egitto, certamente esse incuriosirono anche oltralpe. Varie riviste europee si interessarono al procedimento, come testimonia un articolo parigino intitolato “Nuveau procèdè de momification”. Ancora oggi presso l’Università degli studi di Firenze si possono trovare reperti umani pietrificati e perfettamente conservati. Tra i pezzi più incredibili vi è il famoso “tavolo di carne” (Fig.3), costituito da 214 parti anatomiche pietrificate e incastonate nel legno a mò di pietre dure a formare una meravigliosa tarsia. Così il Pellegrini lo descrive

“…I loro svariati vivacissimi colori, la levigatezza e splendore, la sorprendente durezza niun dubbio lasciano sul loro carattere lapideo…eppure queste non sono pietre dure, ma sono tutti pezzi di umane membra…Si not il diaspo sanguigno di Spagna, il corallo di Cibro, l’uno è un rene di feto, l’altro un brano di cuore. Il Diaspro di Sicilia, di Sassonia, di Boemia è sono sarcoma pancreatico, collo d’utero iniettato, utero di partoriente, lato esterno di placenta, estremità superiore di lingua…L’agata arborizzata e la sardonica, una cornea con vasi sanguigni ed un pene in sezione orizzontale…Il granito dell’Adige e di Siberia altro non sono che pezzi di fegato, il Calcedonio di Volterra, l’Agata venata di Siberia, la Ficaia di Norcia e di Casentino sono cervello, rene, testicolo utero e vasi minimi…” e la descrizione continua per molte pagine.

Il tavolino sarebbe dovuto essere un dono al Granduca di Toscana che avrebbe dovuto finanziare i lavori di Segato ma che, evidentemente, non gradì il macabro dono negandogli l’aiuto richiesto. Un altro tavolo, anch’esso realizzato con la stessa tecnica, è esposto nella Sala dell’Estate, negli Appartamenti Storici della Reggia di Caserta.  Altri pezzi sono esposti nella sezione scientifica dei Musei Civici di Belluno come la testa mummificata di giovane donna (Fig.4). Famose sono poi le “mammelle” splendidamente conservate (fig.5) e visibili nel Museo Anatomico Fiorentino presso la sezione di Anatomia. In generale l’ammirazione verso per i “preparati anatomici” di Segato rientrava perfettamente nel clima romantico del tempo, tali “mummie” non prolungavano la morte come quelle essiccate egizie, bensì “prolungavano in qualche modo la vita (….) poichè si sarebbe detto che fossero uomini addormentati, pronti a parlare al loro risveglio”.  Purtroppo il Segato morì nel 1836 a soli 44 anni, portandosi nella tomba il segreto che, secondo alcuni avrebbe voluto rivelare all’amico pellegrini ma senza successo a causa ella sua improvvisa dipartita.  Oggi è sepolto nella Basilica di Santa Croce dove una  lapide recita: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito“.

Genio o cialtrone?  La disputa scientifica

Alla sua morte gli studi di Segato generarono un vero e proprio putiferio. Ai due scritti del Pellegrini, il già citato Della artificiale riduzione a solidità lapidea e inalterabilità degli animali scoperta da Girolamo Segato, del 1835 e il successivo Elogio di Girolamo Segato da Belluno del 1836, seguirono infervorate polemiche. Segato genio o cialtrone?  

Il dott. Giovanni Rossi, professore di clinica chirurgica all’Università Ducale di Parma rispose a tali pubblicazioni con una “lettera aperta” dal titolo “Sulla artificiale riduzione lapidea degli animali di Girolamo Segato e sui metodi d’imbalsamazione dei dottori Tranchina e Passeri lettera del dottore Giovanni Rossi … al … signor Defendente Sacchi” (1836). Fondamentalmente Rossi metteva in dubbio le tecniche di Segato e di altri suoi successori scrivendo che lui stesso aveva esaminato le opere di quest’ultimo, trovando falso che i tessuti animali da lui preparati fossero pietrificati o avessero una durezza lapidea.

“…falso, falsissimo che mantenessero il colume e il colore naturale, come era stato esposto, e mi convinsi che tutta l’arte di Segato era limitata a dare ai tessuti una durezza prossima alla cornea….E non trovai in tali lavori nulla di nuovo” di quello che si vede in altri gabinetti naturali. Aggiunge dunque che i “tessuti del Segato fossero poco più duri dei miei e di quelli esistenti in altri gabinetti…potrò dunque provare che la sovrumana invenzione che il signor avvocato Pellegrini ha voluto farci credere era già conosciuta”.

Il dottor Rossi, in tale scritto, commentava pezzo per pezzo le opere di Segato, affermando che usasse trucchi e stratagemmi, cera, trementina, persino gesso. Ad esempio, per le mammelle già illustrate, il Rossi affermava che fosse stata consolidata solo la pelle poi posta su un modello di gesso. Stessa cosa dicasi per gli intestini di un bambino che, secondo il Rossi erano colmi di gesso, a differenza di quelli da lui preparati e visibili nel Gabinetto di Parma. Insomma, il Rossi dava al Segato dell’impostore e cialtrone.

Come una sorta di “beautiful” ante litteram, la risposta del Pellegrini non si fece attendere, nel 1836 pubblicava “Risposta dell’avv. Giuseppe Pellegrini alla lettera indirizzata al ch. sig. Defendente Sacchi dal dottor Giovanni Rossi (…) sull’artificiale riduzione lapidea degli animali di Girolamo Segato e i sui metodi d’imbalsamazione dei dottori Tranchina e Passeri”. Qui esponeva invece l’incredibile durezza dei preparati di Segato, “simile a quello delle pietre dure” e citava una prova, andata a vuoto, di conficcare una lima in uno di questi oggetti.

“…Consolidati all’eccellenza, che avevano acquisito una durezza assolutamente lapidea da non essere facile lo sgraffiarle; che l’esperimento di confricare con una lima inglese alcuni pezzi di marmo e di altre pietre non che la superficie di medesimi preparati, questa non rimase per nulla attaccata dall’azione della lima da cui vennero attaccati più o meno i marmi…”.

Il testo confutava punto per punto, quanto affermato dal Rossi. Davvero interessantissimo.  Allo stesso tempo si inseriva nella diatriba un non identificato studente di Chirurgia dell’Università di Parma che dava alle stampe un opuscolo dal titolo “Osservazioni intorno la risposta del signor avvocato Giuseppe Pellegrini alla lettera che su l’artificiale riduzione lapidea degli animali attribuita a Girolamo Segato indirizzò al celebre signor Defendente Sacchi il dottore Giovanni Rossi” e il dottor Luigi Mussi con un opuscolo “Considerazioni di l. m. sopra una lettera del signor professor Giovanni Rossi toscano concernente a Girolamo Segato”. Tutto questo per sottolineare l’attenzione del mondo scientifico attorno al Segato e al suo processo di pietrificazione. Poi fu oblio. Sul Segato l’interesse si riaccese nel 1937 quando La Nazione e la Gazzetta di Venezia scrissero del ritrovamento di una sua lettera inedita del 1834 indirizzata ad un amico risiedente dalle parti di Siena, in val d’Orcia dove scriveva:

“(…) intesi pure che avete sformati alcuni pezzi e che tutti imperfetti , per ragioni diverse, pazienza (…); Io speravo di poter essere questa settimana a San Filippo fra i miei cari amici (…) ma se nella prossima settimana non potrò effettuare la gita, vi spedirò tosto la cassetta.” Da questa lettera sembrava intuirsi che utilizzasse, per i suoi preparati, le acque termali sulfuree del luogo, che rivestivano di carbonato di calce gli oggetti che vi venivano immersi come sottolineato anche  da un’altra lettera destinata questa volta al Prof. Domenico Rempicci nella quale lo studioso parlava dei Bagni di S. Filippo. “(…) Nella prima mi dite non esservi stato possibile di trovare il cinabro nativo, perciò non prendetevi altro pensiero gicchè ho supplito con altro minerale. (…) Ho avviso da Francia che li pezzi spediti incontrano, ma che si richiede più perfezione per cui occorrerà mettersi con tutto l’impegno. Ora la stagione è troppo inoltrata perciò aspetterò dopo le bagnature a venire a S. Filippo.”. Mistero svelato? Difficile a dirsi.

CONTINUA…..

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