Il processo di Triora, la “Salem” Italiana

di Andrea Romanazzi

Questo nuovo approfondimento sui luoghi della stregoneria in Italia ci porta in un piccolo paese della Liguria, noto come la Salem Italiana. Siamo a Triora, ovvero tria ora, in latino “tre bocche”, in riferimento allo stemma civico del paese che rappresenta appunto il mitologico cane a tre teste Cerbero, abitatore degli Inferi e, per estensione, delle profondità della psiche: un simbolo complesso e carico di suggestioni che ben si addice a quest’antico borgo montano dell’entroterra ligure, così ricco di natura selvaggia e di folclore, di tradizioni religiose e di eventi storici e culturali, meta di escursionisti nonché crocevia di varie civiltà, dalla ligure a quelle piemontese, provenzale e, per vie trasversali, perfino fiorentina. La storia di Triora è antichissima, visti i ritrovamenti preistorici che possono essere ammirati nel museo, punto strategico d’accesso alla valle Triora era tenuta in gran conto già dai romani e al centro della città si ergeva un importante centro di culto pagano, esattamente dove oggi sorge la chiesa. Ma ciò che rende Triora un luogo di interesse e una “città delle streghe” e quanto accadde nel 1587 quando durante l’imperversare di una carestia, i malefici di presunte streghe furono considerati la causa della piaga che affliggeva il paese.

A Triora si giunge uscendo al casello di Sanremo (o di Taggia), proseguendo poi per Arma di Taggia e percorrendo infine per 30 km la statale 548: indicazioni che potranno essere utili a chi per studio, turismo o semplice curiosità voglia visitare il locale museo storico-etnografico che, oltre a raccogliere un’ampia documentazione sui cicli della vita contadina, dedica alcune sale alla Stregoneria (in collegamento a periodiche mostre iconografiche e bibliografiche su questo tema) e in particolare a quel drammatico episodio di Caccia alle streghe che nel 1588 vide protagoniste, nel nefasto ruolo di vittime, decine di donne trioresi.

   

Veduta del borgo di Triora. Di fianco il saggio "Guida alle streghe in Italia" ed. Venexia dove si parla tra l'altro del paese in questione

I guai iniziarono verso l’autunno del 1587 quando i cittadini di Triora, angosciati da una carestia che da quasi tre anni aveva depauperato i raccolti e rovinato la fama conquistata dalla località di “granaio della Repubblica genovese”, chiesero a Genova e al vescovado d’Albenga l’intervento d’inquisitori che ponessero fine alla situazione. Perché era chiaro, non c’erano dubbi: la colpa di tale maleficio non poteva che essere attribuita alle bàgiue (“streghe” nel dialetto triorese). Chi fossero non si sapeva, ma il loro operato ne rivelava la presenza.

il Borgo di Triora da "Streghe o Maliarde" di Ferrainoni

Naturalmente le denunce non tardarono ad arrivare furono arrestate una ventina di persone e alla fine furono dichiarate ree tredici donne, quattro ragazze ed un fanciullo. Le arrestate, torturate, non tardarono a fare altri nomi e alla fine del 1588 erano già altre trenta le persone sospettate, tra cui anche donne di rango sociale elevato. Tra i trioresi intanto cominciava a crescere il malcontento per i pericoli che un tale processo stava portando e per le spese sostenute dalla popolazione. E’ il Consiglio degli Anziani, che rappresentava la classe sociale più distinta, a muovere protesta formale contro l’operato dei due inquisitori che, scavalcando il Parlamento triorese, inquisiva indistintamente uomini e donne sia dei ceti poveri che di quelli abbienti. Furono fatte anche pressioni sul podestà affinché chiedesse un intervento del Governo di Genova. Intanto nel carcere che era stato allestito in alcuni alloggi vicino la Chiesa, una delle prigioniere, Isotta Stella, una povera vecchia sessant’enne, era morta a causa delle torture inflittele.

Il 13 gennaio 1588 il Consiglio degli Anziani presentava formale protesta per i sistemi adottati dai due inquisitori: le torture, corpi legati a corde pendenti e poi scossi, digiuno del sonno, piedi bruciati col fuoco, erano così atroci che nessuno avrebbe negato i crimini, benchè inesistenti. Una donna, in un tentativo di fuga, era perita in seguito alle ferite riportate cadendo dal balcone

e le reciproche accuse, estorte grazie ai tormenti e quindi probabilmente false, si erano così dilatate da coinvolgere un numero impressionante di cittadini. In risposta ad una lettera di reclamo inviata al Doge, il vicario Girolamo Dal Pozzo si discolperà dalle accuse di aver usato sistemi troppo cruenti giustificando la morte di Isotta Stella sulle basi del suo rifiuto alla conversione e sul fatto che a giudizio del vicario non potesse avere più di sessant’anni, infine concludeva che comunque “senes etiam quod essent decrepiti aetatis possent torqueri in crimine lesae maiestatis et praesertim divinae” (cioè che “anche i vecchi per quanto decrpiti possono essere sottoposti a tortura nel delitto di lesa maestà e specialmente quella divina”). Il Vicario comunque si rassegnerà a non istituire più ulteriori processi e quindi a non coinvolgere la classe benestante che stava a cuore agli anziani in queste vicende, ma di portare a termine i processi rimasti.

Ma il terrore maniacale nei confronti del Diavolo non aveva ancora finito di mietere le sue vittime a Triora. Mentre infatti il processo continuava nella giurisdizione di Genova, qualcuno a Triora proseguiva con accanimento le indagini, convinto che di streghe ne sarebbero saltate fuori ancora tante. Era il commissario straordinario Giulio Scribani, il cui operato fu così zelante da fargli rischiare una scomunica (ma fu assolto) per essersi impicciato di questioni non di pertinenza del governo genovese ma del Tribunale ecclesiastico. Siamo adesso nel giugno 1588 e Scribani, con il fervore tipico di chi è convinto di dover compiere una missione della massima gravità e importanza, si stava dando un gran daffare per catturare nuove prede.

Pochi giorni dopo il suo arrivo altre tredici donne furono incarcerate (Franceschina Ciocheto, Gioanina Ricolfa, Cattarina del Borigio e sua sorella Luchina, Gioannetta Guerra e sua figlia Magdalena, Battestina Giauna, Battestina Sella, Battestina Augura, Agostina Carlina, Battistina Carlina, Domeneghina Borella, Maria Matellona), accusate di essere streghe e un uomo (Biagio Verrando), accusato di essere uno stregone.

Nel saggio Bàgiue, edito dalla Pro Triora, il ricercatore locale Sandro Oddo offre un sunto dell’intensa attività di quel sant’uomo, che quasi subito riuscì a rintracciare varie streghe, non soltanto amanti del Diavolo, fatto che era di competenza del Santo Uffizio, ma anche infanticide, una delle quali confessò addirittura di aver ucciso 25 bimbetti. Si narrava giocassero a palla con questi tra i boschi del borgo.

Alcune vie del borgo di Triora

La più famosa tra le vittime di Scribani (grazie alla maggiore diffusione che ha avuto il verbale del suo più lungo tormento) fu l’anziana benestante Franchetta Borelli che, parente di un avvocato, pare sia riuscita infine a sottrarsi alla morsa inquisitoria. Ma dopo quali supplizi! Accusata da altre donne, che forse speravano di trar vantaggio dal coinvolgimento reciproco con una donna più ricca e quindi in grado di difendersi, fu sottoposta due volte alla tortura del cavalletto, ovvero la stesero su una struttura in legno stirandole braccia e gambe. Franchetta riuscì a fuggire tenendosi lontana da Triora per un paio di mesi, ma quando il fratello fu arrestato si ripresentò ai giudici, che a questo punto, dopo averla completamente depilata, la sottoposero nuovamente al cavalletto per ben 23 ore consecutive. La trascrizione delle sue invocazioni a Dio, dei suoi sfoghi e anche delle sue riflessioni è un documento davvero impressionante e merita di essere letto, a memento degli orrori che può generare una fede (lo si può trovare, per esempio, in Strix di Claudio Bondì, edito nel 1989 dall’editore romano Lucarini). Fu solo l’intervento della Santa Inquisizione a Roma a fermare lo Scrivani, commissario del Governo di Genova, accusandolo di aver interferito in materia di pertinenza ecclesiastica. Egli fu costretto ad inviare a Genova le cinque streghe rimaste per chiudere il processo. Lo Scribani, ormai sconvolto e in preda ad allucinazioni, veniva scomunicato e poi assolto e allontanato da Triora.

Della sorte dei carcerati non si hanno notizie certe se non che l’8 febbraio del 1589 erano ancora incarcerate in attesa della revisione dei processi, tre erano morte in carcere a causa dell’età e degli stenti a cui erano sottoposte. Non ci è dato di sapere molto altro, ad agosto la situazione non era ancora risolta. Si può in qualche modo arguire dalle ultime lettere tra il Cardinale di S. Severina e il Doge che il Tribunale del Sant’Uffizio abbia proceduto con minore severità delle autorità ecclesiastiche e civili di Genova, e che almeno alcune tra le donne sopravvissute siano state messe in libertà.

Fra le varie ipotesi ve n’è una che indica in San Martino di Struppa, paese di deportazione dei carcerati genovesi, il paese in cui queste malcapitate trovarono nuova dimora. A prova di ciò nei libri parrocchiali del 1600 compare il cognome “Bazoro” o “Bazora” oggi trasformatosi in “Bazzurro”, che richiama il vocabolo dialettale bàzura, baggiura o bàgiua con il quale viene indicata comunemente la strega in alta Valle Argentina.

E’ noto che anche a Triora, come nel resto della regione, le verdure costituiscano un elemento fondamentale nella preparazione di molti piatti. Zucchine, pomodori, peperoni, i rundin (…questi ultimi i famosi fagioli di Badalucco, tenerissimi, da cucinare interi col baccello) saranno ottimi antipasti e contorni per sostanziosi piatti a base di carne di coniglio (insaporita con gli aromi dell’orto) e di cinghiale. Triora è anche zona di funghi: ottimi infatti i sughi ai porcini accompagnati alle tagliatelle o ancora i pansoti al sugo di noci. Consiglio la sosta al Ristorante Albergo Colomba d’Oro (antico monastero dei frati come si riconosce da alcune parti dell’edificio). Se invece vorrete portare a casa i sapori e i profumi del paese nel simpatico negozio “La Strega di Triora” potrete scegliere le migliori confetture e conserve, prodotte artigianalmente, i formaggi di latte di pecora, la ricotta locale detta “bruzz”, i funghi secchi e l’imperdibile Liquore della Strega a base di erbe di genziana, di contenuta gradazione alcolica, oltre ad altre leccornie provenienti dai paesi limitrofi come olio, vino e salumi.

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