Abruzzo misterioso: I Marsi e il rituale dei Serpari

di Andrea Romanazzi

Il primo giovedì di Maggio si svolge, nel borgo di Cocullo, l’interessantissima festa dei serpari, rituale di origini pagane incentrato attorno alla figura di San Domenico.

Vari sono i rituali presenti nella festa. Importanza centrale ha la processione, il santo, trasportato su quattro aste lignee viene circondato da serpenti che, a seconda che si attorciglino sul capo o sulle braccia, possano esserne tratti auspici per il paese. La statua è preceduta dal clero locale, dalla banda ed è seguito da delle ragazze che portano sulla testa delle ceste con dentro i pani rituali, i ciambelli, che saranno donati ai portatori della statua.

I serpenti sono però i veri dominatori della festa, essi sono portati tra le mani di giovani ed anziani che li esibiscono a mo’ di trofeo, non sono mai velenosi, ma questo non esclude che in passato non lo fossero, anzi, la stessa ostentatio altro non sarebbe che un modo di riproporre la fatidica immunità della popolazione.

L’idea è infatti che grazie al Santo Cocullo è territorio immune dall’ofide e qui la gente non può subire loro offesa. Questa tesi è maggiormente avvalorata dalla tradizione di liberare le serpi catturate nella chiesa e nelle campagne limitrofe in un gesto che si apre ad varie interpretazioni. Se infatti esso potrebbe esser testimone dell’idea di immunità locale, ci potrebbe, senza escludere la prima aprire le porte di antichi rituali legati alla fertilità, il serpente liberato sarebbe l’elemento priapico che va così ad ingravidare la terra. Del resto l’idea dell’ofide-priapos è presente in tutte le antiche culture legate all’Antica Dea ove è rappresentata proprio con serpenti in mano.

Il collegamento Santo-Grande Madre non è poi così azzardato, infatti ecco che a Villalago esiste una grotta di San Domenico, divenuta successivamente romitorio, ma famosa, sin dalla Preistoria per il suo potere galattoforo, dunque uno dei tanti “uteri” divini.

L’accesso  all’antro avviene mediante dei gradini scalpellati nella roccia attraverso la chiesa sovrastante. Il 21 e 22 Agosto vi è un notevole pellegrinaggio di fedeli che comporta la venerazione di tre travi che i devoti credono essere state usate dal Santo per dormire, fino a rituali di incubazione e di strofinio di guance e fronte lungo le pareti della grotta. Alcuni bevono che le gocce d’acqua che stillano dalla volta in un rituale che ricorda fortemente gli antichi culti pagani della Mater delle acque o hanno poi l’abitudine di bagnarsi in un torrentello vicino per devozione.

Vi sono poi tutta una serie di rituali “minori” tra cui quello della raccolta della terra dietro l’altare di San Domenico, in una tradizione che sarà molto importante nel proseguo. Essa viene successivamente sparsa per le case ed i campi proprio con lo scopo di proteggere dai morsi di serpente. Altri addirittura la devono mista ad acqua per curare o prevenire le morsicature.

Non è solo la terra ad esser considerata sacra, qualunque cosa provenga dalla chiesa,  polvere, la spazzatura e tutto ciò che può esser asportato. Ecco così che il De Nino dice che “dietro l’altare di San Domenico le pareti sono tutte scombussolate, perché calcinacci e pietre e anche la terra sono portate via dai devoti per far amuleti…”[1] e stessa tradizione troviamo nel Canziani ove “…la polvere è raccolta e conservata o ingerita nei pasti contro le malattie…”

Ebbene questa strana tradizione non è tipica usanza cocullese ma la troviamo in tutto il folklore legato ai santi che proteggono dagli ofidi. Così ad esempio, stessa funzione, vedremo avere la terra di Malta o di San Paolo e strane e simili caratteristiche doveva avere anche la più misteriosa terra di Lemno, ricavata dalla grotta di San Paolo presso Cittavecchia, a Malta.

“E’ ben vero che pare che, quella pallottola di terra, la qual si fanno portar dall’Isola di Malta, habbia non poca proprietà contra il veleno delle serpi, come ha quella che portarsi dall’isola di Lemno, si chiama terra Lemnia, ovvero sigillata”[2]

 

Altri strani oggetti, presenti nella chiesa, ci aprono ad nuove considerazioniSul lato sinistro dell’altare di San Domenico è inserito un bassorilievo in pietra ove è raffigurato il miracolo del santo e della lupa di cui in seguito, mentre nella cappella sinistra è poi presente la statua del santo e due oggetti magico-sacrali, un ferro di mula ed un dente, preziosa reliquia di San Domenico.

L’origine di questi oggetti è davvero mitica, si narra che gli abitanti del borgo, quando seppero che il santo stava abbandonando il paese, lo pregarono il santo di lasciare loro qualcosa di suo per testimoniare ma mantenere la sua presenza nella città. Domenico portò così la mano alla bocca e ne strappò un dente, concedendolo alla popolazione insieme ad un ferro della sua mula. Questa tradizione non è solo cocullese, ma reliquie simili sono presenti anche in altri numerosi comuni abruzzesi come Capodacqua o Villalago. Da questi archetipi poi avrebbero preso forma gli strani amuleti-votivi, al limite tra magia e religione, come le chiavette, piccole chiavi che terminano con la testa del santo circondata da serpenti, adoperate contro i morsi di cani e ofidi o la medaglietta di San Domenico che appare sul retro con un dente ed un ferro di mula.

E’ comunque nel ferro di mula che ritroviamo ancora antichi ricordi, così esso non sarebbe poi stato scelto casualmente ma ci porta fortemente al culto della dea e del culto lunare da cui esso prende forma. Importanti virtù antiofidiche hanno i pani benedetti, da non confondersi con quelli trasportati in processione, che vengono dati ai fedeli.

Ebbene i pani sacri sono, ancora una volta, indizi del culto della Mater.

Varie sono le tradizioni simili presenti in Italia, in Sicilia vi era l’usanza di preparare le “pupe di pane”, piccoli pani dalla forma di fanciulla, mentre in Abruzzo, e precisamente a Castelvecchio Subequo, il 5 Febbraio vi è la tradizione dei pani a forma di seni consacrati a Sant’Agata[3]. I richiami al culto della dea sono moltissimi, oltre al ricordo della sacra mammella, solo successivamente associata alla santa, vi è l’usanza di benedire questi pani con l’acqua di una sorgente nei pressi della chiesa ove da sempre vi era l’usanza delle donne di bagnarsi il seno per ottenere fertilità, un tipico rituale legato alla mater delle acque e delle fonti.

I Ciaralli non esulerebbero da questi, altro non sarebbero che i pronipoti della  “pagnotta rituale”, il pane preparato nei templi della dea e utilizzato durante i suoi riti. In molte tombe neolitiche sono state rinvenute statuine rappresentanti donne intente a macinare il grano e ancora moltissime sono le focacce e i pani rituali dalle molteplici forme e decorati con losanghe, zig-zag e altri simboli della dea. Di questi preparati troviamo menzione anche nelle Tavole di Gubbio del III sec. a.C. ove sarebbe descritta una torta rituale a forma di losanga, denominata ficla,  utilizzata come offerta alla divinità[4].

La sacralità del gesto di cibarsi del sacro pane non è casuale, infatti il primitivo credeva che cibandosi del simbolo della divinità o meglio espressione stessa della divinità, egli non faceva altro che rendersi partecipe di quella scintilla di divino che è insita nella immanenza stessa della dea, così il consumare cibo non era solo un rito ma un modo di partecipare al potere della divinità, da qui il tabù di non gettare questi sacri alimenti, era come rifiutare e gettar via una parte del dio.

Questa la seppur rapida ricostruzione delle tradizioni di Cocullo alla ricerca delle tracce della Mater.

Torniamo ai Serpari e alla tradizione dell’ostentazione dell’ofide. Questi uomini altro non sarebbero che i discendenti dei ciaralli, strani personaggi che acquisivano per eredità alcune strane proprietà di guarire dai morsi di serpenti o cani.

La tradizione ci mostra varie modalità di guarigione, del tutto simili con le altre popolazioni che esamineremo, essi riuscivano a guarire ricorrendo ad una strana Pietra di San Domenico o molto più spesso alla propria saliva, in un’altra tradizione che li accomunerà ad altre popolazioni italiche.

 

Che la tradizione dei Ciaralli derivi dalle strane prerogative del popolo dei Marsi, non è un mistero. Secondo la tradizione  i Marsi avrebbero avuto, a causa della loro discendenza da Circe o da Medea, a seconda delle fonti, il dono di curare dal morso degli ofidi, così “…I corpi di taluni uomini sono muniti di poteri benefici tali che i discendenti di quelle famiglie che provocano terrore tra le serpi provocano la guarigione tra i morsicati…”[5] o ancora “…dicono di discendere dal figlio di Circe…[…] ogni uomo ha un antidoto contro i serpenti, si ritiene infatti che essi si allontanino quando sono colpiti da saliva umana…”[6]; mentre Silio Italico narra come “La gioventù marsicana era esperta sia nel combattere sia nell’incantare i serpenti, sia nel togliere con erbe e formule magiche il veleno dai denti delle vipere…Tramandano che Angizia, figlia di Eete, insegnasse loro il modo di rendere innocui i veleni…”[7]

Ancora tracce di antiche divinità le troviamo in Isidoro “I Marsi sono una popolazione dell’Italia il cui nome risalea Marsia, che rivelò ad essi il comportamento dei serpenti.”[8]

Ecco così che traspare la strana e misteriosa figura dell’Antica Angizia, divinità protettrice dei Marsi, il cui nome deriverebbe dal termine osco Anagitiai, a sua volta corruzione del più arcaico Ancitia, sorprendentemente simile alla maga e sibilla Ancina.

La dea avrebbe poi una strana somiglianza etimologica con moltissime località abruzzesi che porterebbero traccia del suo nome. Così Ansanium, l’odierna Lanciano, Sant’Anzino, Sant’Anza, Civita d’Anza, e molti altri comuni e località, sembrerebbero derivare direttamente dalla Mater.

Non si conosce molto dei quali rituali dedicati a tele divinità, la cui unica sua testimonianza pervenutaci è una statuetta ritrovata nel Fucino ove la dea è raffigurata con il serpente. Diventa così davvero importante esaminare il ricordo che questo atavico culto ha lasciato nelle tradizioni popolari.

Il legame con la Dea è così ancora presente nel folklore, ad esempio il termine “ ‘ngiziare” significa “farsi mordere da un serpente”, e sempre dalla stessa etimologia deriverebbe un antico gioco che si chiama  “’ngizia”, descritto dal Toschi nel suo lavoro “ tracce del culto della dea Angizia in un giuoco infantile abruzzese”. Qui il ricercatore descrive il gioco che consiste nel disegnare due cerchi concentrici e nel tracciare, all’interno di questi quattro serpentelli. I ragazzi che partecipano, posizionatisi all’interno degli stessi, calpestano forsennatamente le serpi al grido di “’ngize vè”.

[1] Pansa G., S. Domenico di Cocullo, la vita, i miracoli e il culto dei serpari nella Marsica, Adelmo polla Editore, Cerchio, 1992

[2] Ibidem.

[3] Pansa G., Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Ubaldo Caroselli Editore, Sulmona

[4] Romanazzi A., Guida ai luoghi della Dea Madre in Italia, Venexia Editrice, Roma, 2005

[5] Di Nola A. M., Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana; Bollati Boringhieri, Torino, 2001

[6] Ibidem.

[7] Romanazzi A., Guida alla Dea, Op. Cit.

[8] Di Nola A. M., Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana; Bollati Boringhieri, Torino, 2001

1 commento su “Abruzzo misterioso: I Marsi e il rituale dei Serpari”

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...