Le Streghe in Trentino: Leggende, Processi, Culti Pagani

di Andrea Romanazzi

Numerose sono le credenze sulle streghe in Trentino, qui chiamate con gli appellativi di strie o zòbiane, da zobìa, cioè giovedì, il giorno in cui, secondo la tradizione, esse si riunivano per i loro sabba. Una credenza tipica della Val di Genova, vuole che i Padri del Concilio di Trento abbiano qui relegato le streghe, successivamente incarnatesi, insieme ai diavoli e ai famigli che componevano la ridda, in enormi macigni erranti che ancora oggi riportano dei nomi curiosi come la Preda de la Luna e la Preda del Diavùl. E’ ancora poi sui pendii dei monti, che si incontrano poi “gli specchi delle streghe”, dei massi lucenti oltre  le sponde del Sarca ove si riunivano le streghe del pian di Genova per le loro ridde.

Così, ad esempio, in Val di Non e Rendeva si credeva che i temporali siano generati proprio dalle streghe, così, per allontanare il maltempo si realizzavano delle croci con la catena del focolare sull’uscio della porta. In Val di Fassa, in particolare, si crede che i temporali siano scatenati da uno stregone che domina l’area tra il Catinaccio e il Ciampediè.

Ancora famosi luoghi del sabba era il castello di Segonzole, sulle rive del Tover, presso il Becco di Filadonna e sullo Stivo

Era poi sempre su queste vette che, a circa un’ora e mezza di cammino da Vigo, si raggiungevano le Cime dei Mugoni, nome che indicherebbe alcuni famosi stregoni che vivevano nel luogo. La leggenda narra che un fraticello tentò di affrontare questi maghi. Raggiunte le vette ed incontrato uno di loro iniziò a scagliargli anatemi e scongiuri fino a quando, non si sa per qual motivo, rimasero pietrificati con un ignaro orso che passava dalle parti, e tali pietrificazioni sono ancora oggi visibili con il nome de “tre guglie dei Mugoni”.

Il trentino è poi la regione ove più forte è la tradizione della Caccia Selvaggia. La credenza di riunione stregonesche a cui capo vi era Diana o Erodiade è sicuramente retaggio di antichi culti pagani legati ad Ecate che, soprattutto nel Nord Europa, si trasformarono nella caccia selvaggia. La tradizione vuole che in particolari notti dell’anno, l’”esercito furioso” costituito da anima dannate, spettri inquieti, streghe, fate, folletti, guidato da figure mitizzate o antiche divinità, irrompano nel mondo dei viventi inscenando fra boschi e campagne, terrifici cortei.

Ci siam già occupati in un altro nostro studio di tale argomento, sicuramente queste “ridde” sono il ricordo di antichi culti agrari che ripropongono il tema del “dolore” per la morte vegetazionale, e dunque per il dio morente, e che sottolineano lo stato di crisi dell’uomo, il suo timore recondito, la sua paura non priva di sensi di colpa.

Proprio per questo in queste danze non mancava la carica sessuale e l’esibizione oscena, finalizzati a rendere manifesta l’energia che l’essere umano, vivente, avrebbe trasmesso ai campi per imitazione simpatica.

Fu con l’avvento del Cristianesimo che queste “ridde giocose” si tramutarono in incontri demoniaci e, trasfigurandone immagini e significati, i rituali di fertilità finirono con l’essere associati esclusivamente all’orgiastico e al diabolico, per poi divenire“caccia selvaggia”. Questo corteo di fertilità, divenuto satanico e conosciuto in tutta Europa con i nomi di wutischen heer, mesnie furiose, mesnie hellequin, exercitus antuquus, e in Italia con i nomi di societas, familia, cazza selvarega, cascia selvadega, caccia del diavolo o cascia morta, caratterizza il folklore italico dalle Alpi Marittime alle Giulie e narra non più di figure festose, bensì di ombre sinistre, schiere di fate, cani infernali dagli occhi di brace, streghe e demoni guidati da una misteriosa e arcana figura.

E’ su questa che conviene per un attimo soffermarci. In alcuni casi alla guida è posta Diana, o ancora Abundia, Fortuna, Satia, in altri casi, Erodiade, immagine sicuramente postuma ed associata al fenomeno dal Cristianesimo. Erodiade infatti, secondo una leggenda medievale, era la figlia di Erode, chiamata con il nome della madre piuttosto che con il più conosciuto Salomè. Fu li a chiedere al re in dono la testa di Giovanni Battista e per questo reclutata dal Maligno a vagare con lui in demoniaci cortei.

Nel Trentino la “ridda” è spesso guidata da una figura “demoniaca” poi trasformata in “maschera”: Arlecchino, il primigenio uomo selvatico.

Molte inoltre sono le tradizioni che considerano il Selvadego iniziatore, proprio come Saturno o Bacco, di alcune attività fondamentali come l’agricoltura o l’arte casearia. Moltissime sono le tradizioni popolari che parlano dell’uomo Selvatico in Italia tutte sottolineanti la stretta similitudine tra il selvaggio e le antiche divinità vegetazionali. A Colico si narra di un uomo che per scelta aveva deciso di vivere nei boschi in compagnia delle belve. Lo gnocc, questo il nome locale, era schivo e difficilmente individuabile dagli uomini  ovunque andasse era coperto da un vello di pecora e portava con sé un bastone, il simbolo arboreo che ritroveremo in seguito. A Sacco invece, nel Comune di Cosio Valtellino, esiste addirittura il Museo dell’Homo Salvadego. In contrada Pirondini, a due passi dalla Chiesa Parrocchiale, si trova un ciclo di datati 1464 ove è rappreesentato un personaggio dal corpo peloso e dalla barba fluente, munito di bastone, “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura”.

Ancora oggi si crede che in Val di Genova dimori il demone Salvanè, che cattura e uccide i passanti ignari.

Se dunque all’inizio l’uomo selvatico ha notevoli valenze positive legate alla fertilità vegetazionale, successivamente, con l’avvento del Cristianesimo viene demonizzato,  la Chiesa trasforma Herlechinus in un essere diabolico  che apre il corteo delle streghe e dei demoni durante i sabba.

La stessa parola “maschera”, del resto, annida in sé la sua vera origine, deriverebbe infatti da “masca” e cioè strega, una etimologia alla quale si accosta il citato Arlecchino o Hallequin, colui che guida la processione dei dannati,  la cui etimologia deriverebbe da Holle, l’antica divinità pagana tedesca. Non da meno sono le altre maschere come il Lu-Cifru siciliano, i Maimomes sardi o il Mazzamurrieddu dell’Italia Meridionale.

Sono queste le tradizioni e le leggende sulle quali verteranno i processi di stregoneria che investiranno l’area da sempre, come abbiam visto, particolarmente legata agli antichi culti pagani naturali.

“…tanta gente partecipa alle nostre riunioni, la ressa di popolo e di diavoli è tale che voliamo fitti fitti, e ci urtiamo l’uno con l’altro … in questi giochi molti hanno un compito preciso. Io ho sempre fatto la maestra di danze, io sto davanti e guido il corteo…”. Era la “donna del buon gioco”, sposa e concubina del dio con il quale egli si sarebbe unito per assicurare la rinascita.

Fu con l’avvento del Cristianesimo che queste “ridde giocose” si tramutarono in incontri demoniaci e, trasfigurandone immagini e significati, i rituali di fertilità finirono con l’essere associati esclusivamente all’orgiastico e al diabolico, per poi divenire“caccia selvaggia”. Questo corteo di fertilità, divenuto satanico e conosciuto in tutta Europa con i nomi di wutischen heer, mesnie furiose, mesnie hellequin, exercitus antuquus, e in Italia con i nomi di societas, familia, cazza selvarega, cascia selvadega, caccia del diavolo o cascia morta, caratterizza il folklore italico dalle Alpi Marittime alle Giulie e narra non più di figure festose, bensì di ombre sinistre, schiere di fate, cani infernali dagli occhi di brace, streghe e demoni guidati da una misteriosa e arcana figura. Ciò nonostante non scomparvero le antiche origini, e così alcune tradizioni vogliono che la ridda seguisse la bara del diavolo, trasportata da cani rabbiosi e illuminata da candele nere. Ecco così che a Villazzano, in particolari notti si sentono latrare i cagnolotti della caccia selvaggia.

Ogni paese ha poi la sua leggenda sui trivii, chiamati crosarol, ove, i particolari notti, si potrebbe evocare il diavolo come in quello presente a Doss Trento, in direzione Vela.

Moltissimi saranno così i processi a semplici donne di paese o ad ostetriche ed erboriste nella regione accusate di infami comportamenti e torturate fino alla condanna per aver partecipato a sabba  in luoghi oscuri e tenebrosi come la Val di Fassa, ove ancora oggi, nella memoria popolare è presente il ricordo nel toponimo del Lago de ra Strìes (le strìe sono le streghe) o il Sas de Ordìa.

Nel 1612 a Coredo, in Val di Non, saranno processate streghe che, trasformate in gatto, effettuavano malefici, “…ho sintuto dire che, essendo andata una gatta già alcuni anni, in casa di Fidrizza di Fidrighi, che la sgnaolava sì che non potean farla tazer, un fratello detto Fidrigo gi cacciassi in bocca uno stizzo affocato et che la mattina seguente fussi vista detta Tornella con un fazol intorno al col, volendo dir che lei la fussi quella gatta…”

Ma sarà il passo del già citato Tonale a riscuotere il maggior successo come luogo di incontro delle streghe. Così nei pressi di Bullaccia i luoghi del Sabba  sono ancora oggi ricordati con i nomi di Hexenstügle, le sedie delle streghe o Hexenbänke, le panche delle streghe, in realtà luoghi sacri legati all’antica Dea Madre, sicuramente pietre di fecondità che ancor prima della venuta del Cristo erano luoghi di culti naturali. In località Mori, vicino Rovereto, c’è il bus delle strie ove si narra abitasse un gruppo di streghe.

Un processo molto interessante è quello tenutosi tra il 1506 e il 1510 a Castel Presule durante il quale saranno condannate ben nove donne ree di incontri con il diavolo, infanticidi, voli notturni, ma molto più probabilmente a causa del loro esser guaritrici di campagna e seguaci di antiche religioni naturali. Gli atti del processo sono ancora oggi consultabili  presso il museo Ferdinandeum di Innsbruck. All’inizio l’indagine coinvolgeva solo due donne, Anna Jobstin e Juliane Winklerin, ma a queste ben presto si aggiunsero molte altre tutte provenienti dallo Sciliar, Anna Oberharderin, Anna Miolerin, Katharina Haselriederin, Katharina Moserin, Dorothea Untherharderin. Ovviamente anche in questo caso la tortura sarà un ottimo modo per far “sciogliere la lingua” e così ecco che tutte le donne confessarono i reati addebitati e nel 1510 furono arse vive presso il palazzotto Zimmerlehen. Altro centro strettamente connesso all’Antica religione e alla stregoneria era la Val di Fiemme. Già nei primi anni del ‘500 erano state bruciate sul rogo a Salorno e a Egna alcune donne. E’ invece il diavolo a far da protagonista ad un altro processo tenutosi a Levone nel Canadese che si era manifestato alle donne nelle vicinanze del castello.

LE STREGHE DI NOGAREDO

Non possiamo non soffermarci, però, su uno dei più interessanti e tremendi processi di stregoneria italiana, quello che sarà denominato “Processo Criminale per la Distruzione delle streghe di Nogaredo”. Come in molte altre parti d’Italia anche in questo caso le “streghe” altro non erano che  donne legate ad antichi rituali tramandati dalle madri alle figlie da tempo immemorabile, molto più probabilmente “ostetriche”, ma spesso ignare donnicciole di paese, quasi sempre vedove, anziane, sole, insomma figure senza alcuna protezione sociale e senza una vera e propria identità perché non più sotto la tutela di un uomo.

E’ nel antico borgo di Nogaredo, che troveremo la nostra “lamia”, non l’amante del diavolo, bensì una semplice donna di campagna la cui ignoranza e le cui invidie saranno la sua condanna al rogo.

La vicenda ha inizio il XXIV Novembre del 1646, in questa data infatti Maria di Nogaredo, nota con il soprannome di Mercuria, accusata di stregoneria per aver aiutato ad abortire una ricca donna del paese, la marchesa Bevilacqua, addita Domenica Chemelli, nota con il soprannome Menegota, e sua figlia Lucia, moglie di Antonio Cavaden di esser anche loro ree. In realtà, come si può ben leggere tra le righe delle numerose confessioni poi estorte alla Mercuria, tra le donne vi era solo una forte inimicizia nata da un battibecco pubblico nella piazza del paese su della canapa che, secondo Domenica, era stata rubata lei proprio dalla sua accusatrice. Epidemie, carestie, ma spesso complotti e gelosie, erano il vero inizio di processi interminabili che portavano a torture e alla morte di molti abitanti di piccole comunità dove ancora forte regnava la paura e il soprannaturale.

Mercuria pensava di poter denunciare e dunque vendicarsi delle due donne senza che per lei ci sarebbe stato alcuna accusa, ma la verità è ben lontana. La donna infatti sarà imprigionata, insieme alle altre nel castello di Noarna, antico maniero dominante la Vallagarina, oggi sede di una azienda vinicola. La costruzione è sicuramente molto antica e da sempre abitata a causa della sua posizione strategica come dimostrerebbero i numerosi rinvenimenti di epoca longobarda e romana.

Attraversando ancora oggi il cancello d’ingresso per arrivare a quello che era l’antico ponte levatoio si possono ascoltare ancora le terribili urla lasciate dalle “schiave di satana”.

Le streghe del processo furono rinchiuse proprio nella parte centrale del Castello, il Mastio ove appunto si trovavano le prigioni.

Tra i tormenti e il crepitio delle sue ossa sottoposte alla tortura della corda, durante l’interrogatorio del 15 Novembre, confessa di esser una strega, iniziata proprio da Domenica e la figlia Lucia, per le quali  aveva rubato anche il Santissimo Sacramento “…quattro ostie mi ho levate fora de bocca, una delle quali ho data alla Menegota, una a quella di Nogarè, e con le altre due m’insegnarono che dissipassi delle creature…”. Tra gli omissis presenti nel manoscritto che ne descrive le confessioni, che verosimilmente coincidevano con tremende torture patite da Mercuria, come il “tratto di corda”, l’appendere la donna per le mani fino a spezzare i tendini o le ossa) e i “sibilli”, cioè spezzare le ossa delle mani con cunei in legno tra le dita, ella confessa anche di aver partecipato a sabba notturni sotto le sembianze di gatto e di essersi unita con il diavolo.

Queste sono le accuse e i moventi di un processo che vedrà indagati a catena moltissimi abitanti del paese, questo lo scenario dei molti processi del XVII secolo in una consuetudine tipica dei processi di campagna, ove sempre più spesso, più che di fronte a streghe e fattucchiere, siam in presenza di misere donne che, per invidia, ignare dei rischi delle loro confessioni, accusavano e denunciavano altre loro compaesane. Il 27 Novembre, al cospetto del Giudice viene portata Domenica Chemella a rispondere delle accuse a lei mosse e il 29 la figlia Lucia che non fanno altro che confermare l’astio tra loro e Mercuria sfociato nel litigio per la canapa rubata. Si trattava di donne di ceto molto basso la cui occupazione era vendere gamberi dell’Adige alla corte dei Lodron. Ma il “tratto di corda” doveva ancora far sentire i suoi effetti e così Lucia racconta come lei e altre donne del paese stregarono il signor Cristoforo Sparamani, “…e divenni piccola piccola in forma di gatto, et andassimo di compagnia in casa Sparamani, entrando per la parte della stalla di sotto…et arrivate dove detto Cristoforo era in letto solo, che dormiva, cominciò ad ontarlo aiutandola sempre la Mercuria, et incominciarono dal capo sino alii piedi, né mai esso si mosse dal sonno, né io mai le aiutai…e fornito che avessimo, ci partissimo e ritornassimo a casa della Domenica [ si tratta di Domenica Graziadei, donna accusata successivamente, precisazione da farsi per non entrare in confusione con la stessa madre di Lucia, Domenica Chemelli  n.d.A]  , et incominciaron a ridere e a trar fuori del pane…”[7], e di come partecipavano agli incontri stregoneschi in compagnia del demonio “…vi son andata più volte in compagnia della Mercuria, di Domenica, qualche volta vi veniva mia madre e Morandina di Maran, col diavolo in forma d’huomo, che ci abbracciava tutte, e poi andavamo a spasso facendo festa e ballavamo… Con il proseguo del processo scopriremo ancora una volta la triste verità che si cela dietro a questi racconti, infatti il 6 Dicembre, Cecilia Sparamani, in interrogatorio, descriverà come il figlio Cristoforo era soggetto ad attacchi epilettici, la medicina non aveva avuto effetti su di lui e così “…deliberai di mandarlo a Padova da Sant’Antonio ma…fu condotto a Brontolo, ad un Vescovo dal qual fu scongiurato; poi l’ho fatto condurre a Trento da Padre Macario a ricever alcuni bollettini contro le fatture…”. Ancora una volta, dietro alle accuse e alle denunce di stregoneria veniva riproposto alla comunità, o al singolo, il capro espiatorio degli eventi che la razionalità umana non riusciva a spiegare. Il 2 Dicembre era ancora la corda a parlare, durante gli interrogatori alla domanda se aveva altre accuse da fare, Lucia Cavaden risponde che “…se vostra Signoria mi dimanderà, dirò quel che saprò: ma di grazia non mi faci dar tormenti!…”. L’orrore dell’infamia si stava spargendo, furono interrogate successivamente la Menegota, madre di Lucia e Domenica Gratiadei, che, se in principio erano pronte a negare di aver partecipato a simili rituali, “…Vostra Signoria scriva che l’ho fatto, non so però d’averlo fatto…” successivamente, tra torture e prigionia, confessarono le orribili accuse. Molte altre persone sarebbero così state accusate ed arrestate, Benvenuta Graziadei, figlia della già citata Domenica, Cecilia Sparamani, madre di quel Cristoforo stregato dalle donne, Madonna Maria e sua figlia, il fabbro Gratiadei, il signor Santo Pertellino, Caterina Fitola,  Ginevra Chemola, Isabetta e Paolina Brentegani, Maddalena Andrei (detta la filosofa), Valentina Andrei e Pasqua Bernardini.

La comunità cade nella trappola dell’inganno, e così molti degli eventi negativi avvenuti, degli incedenti e delle malattie nel paese vengono attribuiti e imputati alle stregonerie delle donne, il tetro sipario della superstizione e della paura calava terribilmente su quell’inverno del 1646. Ecco così che al tribunale si presenta Antonio Ferrari, “…già alcuni anni mi morseron alcuni bovi, una vacca ed una manza con mio gran danno; sebbene però non ho avuto sospetto di alcuno. Mia moglie l’altro giorno mi ha raccontato che Lucia Cadavena, che hor si trova qui prigioniera, vene una volta in casa mia a pregarla ch’io volessi tenerle una creatura a battesimo…” e anche la morte prematura della figlia del Giudice e Cancelliere del processo Frisighello fu attribuita ad un’erba velenosa portata lei da queste streghe. Non ci volle molto a far confessare anche queste nuove accuse, il 7 Dicembre, sotto tortura Lucia parla “…d’un insalata mandata alla fu Lisabetta, figlia del Cancellier Frisinghello, per farle fare il mal fine…”, il 18 dello stesso mese, al suo sesto interrogatorio in richiesta della sua complicità per il tragico incidente delle vacche la ragazza risponde “…signor sì ch’è vero e io lo ratifico, e lo mantinirò anche nei tormenti…” e lo stesso farà Benvenuta Graziadei.

Il processo, tenutosi a Palazzo Loudron durò ben un anno durante il quale l’avvocato difensore delle imputate, Marco Antonio Bertelli di Nomi, provò come gli interrogatori non fossero stati eseguiti correttamente e ottenne il permesso di far sottoporre a perizia medica le accusate. Dalla perizia risultò che le donne non portavano segni diabolici sul corpo e l’avvocato sostenne quindi come le loro colpe fossero sempre inferiori in quanto le donne sono “fragili, imbecilli nell’intelletto, ignoranti, credulone e facilmente soggiogabili”. Nonostante le tesi sostenute dalla difesa, le donne vennero dichiarate colpevoli., a nulla valsero le difese degli avvocati delle donne, il fatto che il Cancelliere era tirato direttamente nel processo per giudicare le donne che avrebbero ucciso la figlia e la moglie, che le accuse iniziali erano mosse da chiara diffamazione tra donne che, si accusavan l’un l’altra pur di salvarsi, che molte delle testimonianze furono suggerite dagli inquisitori durante le torture, che i medici affermarono che i molti “marchi del diavolo” ritrovati sui corpi delle giovani durante gli interrogatori ove veniva così denudata e rasata completamente per scrutare le parti più intime e segrete, al limite di una morbosità sessuale, erano di origine naturale, che, come si legge dagli atti della difesa “…se ad aprir una inquisizion criminale ponno bastare indizi ancor lievi, per carcerare se ne richiedono di fondati, per tormentare di ugenti, per condannare di chiari come la luce del sole…”. Il XIV Aprile 1647 Domenica Chemella, Lucia Cadaven, Domenica Graziadei, Caterina Baroni, Ginevra Che mola, Isabetta e Polonia Graziadei e Valentina Andrei, furono condannate alla decapitazione e al rogo dei loro corpi tenuta in località Giare ed eseguita dal boia Ludovico Oberdorfer di Merano alla quale dovettero assistere tutti gli abitanti pena un’ammenda di 25 ducati. L’unico uomo inquisito, invece, Santo Graziadei, morirà in prigione nel 1651.

“Noi Paride Madernino, Giudice Delegato, sentenziamo e codanniamo
Domenica Chemelli – Lucia Cavaden – Domenica Graziadei – Caterina Fitola – Ginevra Chemola – Isabetta E Paolina Brentegani che per mano del Ministro di giustizia, a tutte sopra le Giare, luogo a questo effetto destinato, gli sii tagliata fa testa dal busto, a tale che se ne morino e le anime loro si separino dalli corpi; e inoltre gli cadaveri di quelle siino abbruciati e le reliquie sue in dette giare seppellite ad esempio d’altri.”

Altro centro nevralgico per la caccia, e dunque la ricerca di una “cultura” stregone è il Tirolo, oggi potremmo chiamare quell’area dell’Alto Adige. Da sempre queste aree erano considerate sacre e, successivamente, demonizzate. A Bullaccia si possono ancora oggi ammirare i luoghi ove, secondo la tradizione, le streghe si riunivano, erano enormi massi noti come “le sedie e le panche delle Streghe”, sicuramente il ricordo di vetusti rituali pagani che si svolgevano attorno a questi sacri betili. Trasformati così dalla nuova religione, ecco che erano da questi rocciosi scanni che, secondo la tradizione le streghe portavano le tempeste verso Siusi o Fiè. Due grandi processi quasi contemporanei si svolsero nel primo decennio del 1500 a Cavalese, in Val di Fiemme e a Fiè dello Sciliar ove, nel castello di Presule o Castel Prosels, sede del tribunale di Fié, si svolsero nove processi, i più antichi condotti in tutto il Tirolo nei confronti delle streghe. Tra il 1506 e il 1510 qui furono imputate Anna Jobstin, Katharina Haselriederin, Kstharina Moserin, Messnerin, Anna Miolerin, Anna Oberharderin, Jiline Winklerin, Magdalena Astnerin e Kunigunde Bodenlangir.

Interessanti informazioni provengono dal processo ad Anna Jobstin. Ella infatti afferma di aver appreso l’arte del “volo” da “una serva che lavorava a Trotsburg [ oggi Castelforte sopra Ponte Gardena ]…e lei sapeva bene come si fa il viaggio…”. Ella così inizia a confessare i suoi numerosi viaggi, di come andò in compagnia di due donne, la già citata Els di Trostburg e la Magdalena di Barbiano, sull’Alpe di Siusi ove, in una cascina, realizzarono un po’ di unguento che avrebbero poi utilizzato per i loro spostamenti. Fu proprio spalmando tale unguento su una panca, ad esempio, che che raggiunsero subito Villandrs [Villandro] dove divorarono un bue. Le confessioni continuano, così “…insieme a tre donne, sempre la Els, la figliola di Schmalzl e con Margareth, quella che ora presta servizio a Tagusens, ho fatto tante magie sul tempo. Ho fatto temporali, grandini, lampi e tuoni. Un sistema molto buono questo: prendevo il diavolo e lo mettevo in una pentola. Sotto la pentola mettevo un vassoio. Soffiavo dentro e dicevo:”hai voglia di fare un temporale?”…Subito si formava un gran fumo, poi una gran massa di vapore come la nebbia e subito si scatenava un temporale…”

Interessanti informazioni sui presunti luoghi frequentati dalla strega e sulle sue compagnie deriva poi dalla seguente confessione. “…Martedì Santo…sono andata in viaggio…sopra i laghetti di Fiè…sapete, lassù ove ci sono i pascoli…che se non sbaglio si chiama Stenwiese (prato dei sassi). Viaggiai lassù in compagnia della Casperin, della Cassianin, della Winklerin, della Moserin, della sacrestana di S. Christanzen, della Tscheltnerin, della Treindl…e la Breinin. C’erano però tante altre donne che non conoscevo…”.

Altre testimonianze dei luoghi frequentati dalle streghe del Fiè provengono dall’interrogatorio della Anna Miolerin. Parlando sempre dei sabba e dei “viaggi”  “…tanta, tante gente partecipa alle nostre riunioni, la ressa di popolo e diavoli è tale che voliamo fitti fitti, e ci urtiamo l’un contro l’altro come in un nugolo di mosche. Ciascun membro della comunità porta qualcosa da bere e da mangiare e quindi non è possibile, in una tal massa di gente, sapere cosa ha portato l’un o l’altro. Ne è possibile, quando si è davanti a cinque o sei tavolate di persone, sapere con precisione quali cibi si mangino su ciascun tavolo. In questi giochi molti hanno un compito preciso. Io ho sempre fatto la maestra di danze…”. A questi incontri poi, si aggiungevano altri, e così alcuni giovedì Anna si incontrava con altre streghe a Terlano per bere delle birre e derubare i macellai della loro carne. Purtroppo gli atti risultano ad oggi incompleti, unica certezza è che dalle deposizioni di queste “presunte” streghe, avrebbero trovato poi la morte molte altre donne. Varie storie popolari narrano ad esempio di altre “femine” giustiziate al “colle del patibolo” una arida collinetta che si erge al crocevia tra le strade provenienti da Castelrotto, Siusi e dall’Alpe. Altri processi avvennero successivamente a Ora, Gries, nei pressi di Bolzano, ove fu giustiziata una certa Lucia Prunnerin, e a Tires.

Interessante è soffermarsi anche sui processi del 1505 a Cavalese che nasce dalle deposizione di un certo a Zuan de Piatte da Annerivo. Egli, secondo quanto si raccontava, possedeva numerosi oggetti magici, un misterioso libro del comando scritto in “lingua teutonica”  che contiene strani incantesimi contro i ladri, per comandare un misterioso cavallo demoniaco, per evocare il diabolo, effettuare legami d’amore, “et multas diabolicas coniuraciones et incantaciones…”. Oltre questo egli possedeva uno specchio nel con il quale riusciva a curare ogni malattia. Per questi motivi fu bandito dalla valle ma nel 1504 lo ritroviamo nuovamente davanti all’Inquisizione stringendo a se, oltre al già citato libro e allo specchio, alcune ostie e strane e misteriose radici. Sotto tortura confessò di esser stato iniziato da un frate alle arti magiche e  di essersi recato “el monte de Venus ubi habitat la donna Herodiades”, nei pressi di Norcia.  Entrato con il suo compagno di viaggio, attraverso una apertura nella montagna, una grotta dunque, custodita da un serpente, aveva incontrato la mistica “donna Venus”. Ecco dunque un altro antro sacro alla Grande Madre, e del resto questo racconto è sicuramente fortemente influenzato da tutta una tradizione umbra locale di cui successivamente ci occuperemo più diffusamente. Nel processo riappare in tema del volo notturno, ed infatti Zuan si reca nel luogo in groppa ad un cavallo nero “…una nocte Jovis quattour temporum de Natale sora cavalli megri per aere, et in cinque hore havean circuito tutto il mondo…”. Racconta di esser poi stato almeno nove volte in compagnia di Dona Venus insiene a molte altre streghe della Val Sugana. Cita poi numerosi altri luoghi ove si tenevano queste riunioni, al santuario di Weissenstein in Val d’Adige, a Varena o al noce nei pressi della chiesa di Sant’Eliseo di Tesero.

Sarà proprio dai racconti di Giovanni che si muoveranno i processi  processi tenutisi a Cavalese nel 1505 e dove ritorna la figura di Dona d’Oriente. Quindi ci le imputate: Orsola Strumechera di Trodera, Margherita dell’agnola di Cavalese, Ottilia della Giacoma di Pedrazzo, Margherita detta Tessandrella di Tesero, Margherita moglie di Zanino, Valeria Ziroli di Tesro, Margherita moglie di Bartolomeo di Poschiavo di Tesero, Elena detta la Serrafina di Varena e Dorotea detta la Zena di Predazzo.

Margherita dall’agnola ci descrive un po’ gli incontri con Madonna Oriente. Così questa aveva due pietre attorno agli occhi “…zoè da ogni parte una che se aprono et serano continua a soa posta…havea una liguatura negra a torno el capo e doi taitere per parte, dinanzi le orecchie et occhie, azochè non possa veder né oldir ogni cosa…”.Ma questa non è l’unica descrizione della Signora del Gioco della Val di Fiemme, così Margherita la Vanzina la descrive come “…una brutta femina negra con camisotto negro et un fazol negro a torno al capo stranamente ligato…” e simile descrizione troviamo nel processo a Bartolomea del Papo ove viene presentata come “…una brutta negra disfazata femina, con un fazol inbindato, negro, a torno al capo, a la forza todesca…”.

Queste somma rie descrizioni ripropongono però diversi elementi comuni tra cui questi strani monili circolari dalle grandi dimensioni che ritroviamo proprio nella raffigurazione delle divinità pagane del I-II secolo a.C. di divinità femminili europee note come la dama di Elche. E’ poi Elena da Varena, detta Serafina, che racconta di pasti con carne umana o di animale che si tenevano alle riunioni con la Donna del Buon Gioco, descritta come “…brutta femina et grossa…”. E’ sempre degli incontri con la Erodiade che si parla poi in un altro processo trentino a Margherita Tessandrello di Tesero. Ella ci da anche dei particolari su alcuni luoghi stregati del posto. Così racconta che “…appresso Villana è una fontana, e apresso quella fontana erano dei diaboli et una femina grossa de stranie vestimenti, la qual femina stava in mezo de li doi diaboli in zenochione, zoè uno zenochio in terra et l’altro in su ritto, et quella femina aveva uno cultello in le mane, et puntava in quella fontana…”. Muovendo il coltello nelle acque del pozzo la strega avrebbe in questo modo suscitato le tempeste.

Ancora luoghi di incontro erano Cadrano ove accendevano “fuochi blavi”, i colli di Tesero, e il maestoso noce di Mestotel a Cavalese ove ballavano fino al canto del gallo.

“doss delle strie” presso Cavalese ove venivano giustiziate le streghe.

In realtà nel Tirolo la vera e propria condanna della stregoneria avverrà solo nel 1573, è in tale data che infatti Ferdinando II proibirà di praticare magia e stregoneria definendo anche le punizioni per i trasgressori, fino all’apice raggiunto nel ‘700 quando verrà stabilito come la strega condannata dovesse essere arsa sul rogo.

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